Business Avana: Usa e Unione Europea si preparano agli affari

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L’AVANA. – Anche se è difficile capire quando, è sicuro che il disgelo Washington-L’Avana finirà per scongelare anche un fronte chiave del ‘dossier Cuba’, e cioè il ‘business’, al quale puntano con grande interesse governi e imprese di mezzo mondo: in primo luogo gli Stati Uniti, ma anche la Ue e le nuove potenze emerse di recente. Per esempio, il Brasile. Gran parte dei media latinoamericani dedicano grande spazio ad analisi, commenti e dati sull’economia cubana e sui ‘fabulosos negocios’ – azzarda qualche giornale – che in futuro potrebbero arrivare sulla scia dell’affievolirsi del socialismo modello ‘Caribe’ di Cuba. Quando si parla dell’isola comunista, il turismo rimane per esempio tra i settori più allettanti, come dimostra di recente per esempio il ‘boom’ del golf. Per Spagna o Canadà, il comparto dei viaggi e degli alberghi è una realtà ormai da molti anni. Cuba è d’altra parte anche sotto i riflettori delle banche. Basta pensare che i turisti in visita nel centro storico all’Avana, a Varadero o nelle altre spiagge del paese, non possono usare le carte di credito delle banche Usa: uno dei tanti settori dove l’embargo fa sentire in pieno i propri effetti. E ancora. I giovani cubani sono assetati di internet, visto che vivono in un paese dove collegarsi al web è un incubo. E’ chiaro quindi che proprio questo grande ritardo economico di un paese che conta 11 milioni di abitanti può aprire delle opportunità di affari molto interessanti per le società Usa o europee. Un sottosviluppo in un’economia per decenni pianificata che potrebbe in altre parole sfociare a medio termine in profitti molto interessanti per le imprese occidentali, grandi o piccole che siano. Nell’isola, c’è tanto – qualcuno dice tutto – da fare, anche il concetto stesso di ‘impresa’ è da creare. Basta per esempio fare un giro in auto – spesso sgangherata e ‘made in Urss’ – fuori dalla capitale per toccare con mano l’arretratezza delle strade cubane. Quest’anno il paese dei Castro avrà una crescita modesta, dell’1,3%, in un contesto latinoamericano che non si espande più a tassi ‘cinesi’ come in passato ma che continua a svilupparsi e a diversificare, e modernizzare, la propria produzione. Lo stesso governo cubano ha più volte ammesso che se vuole dare una spinta al Pil non può fare a meno degli investimenti esteri: dei quali, anzi, c’è una vera e propria ‘fame’ che L’Avana non nasconde più. In questi anni, qualche paese estero si è fatto avanti più di altri. Una percentuale consistente dell’import cubano proviene dal Venezuela, dato però ‘falsato’ dal fatto che si tratta quasi tutto degli acquisti a prezzi agevolati del petrolio che la Caracas ‘bolivariana’ manda al paese amico. Anche la Cina è in prima fila, così come il Brasile. Proprio il paese di Lula e di Dilma Rousseff sta infatti portando avanti, ormai da tempo, ingenti investimenti nella zona portuaria di Mariel, 50 km dall’Avana, dove è in programma una Zona speciale di sviluppo economico che ha già attratto gli investimenti di paesi esteri su fronti quali l’industria e l’innovazione tecnologica.

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