Renzi, per il Quirinale ci vuole un nome che unisca. Ma i partiti vanno in ordine sparso

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ROMA. – Fa gli scongiuri Matteo Renzi contro il caos Quirinale, perché non si ripeta un nuovo 19 aprile 2013 che spinse nel tritacarne politico persino il fondatore del Pd Romano Prodi “tradito” dalla sua stessa famiglia. Il premier ripete che questa volta l’operazione sarà indolore, e che in breve le Camere voteranno il prossimo presidente della Repubblica, magari con il “maggior consenso” possibile. Ci vuole un nome che “unisca, autorevole, di garanzia” è l’identikit delineato un po’ da tutti i partiti, che però al momento sembrano impantanati. Le forze politiche procedono in ordine sparso ma il tempo stringe. In teoria, tra 16-17 giorni il presidente Napolitano, concluso il semestre italiano Ue, potrebbe scendere lo scalone del Quirinale e spegnere la luce. Certo, i partiti tengono le carte coperte fino all’ultimo, ma la sensazione è che per ora si brancoli nel buio (e che il Pd e Fi abbiano tra le mani solo le spine senza le “rose”). Onnipresente nel toto-Quirinale Romano Prodi. Il Professore carsicamente riaffiora e scompare dall’orizzonte quirinalizio. E qualche giorno fa sembrava quasi fatta quando Berlusconi in un colloquio con un quotidiano, a sorpresa, aveva tolto il veto sul Prof. Una mossa dettata anche dal desiderio di essere della partita. Ma pentimento e realismo hanno subito spinto alla retromarcia Berlusconi (i fedelissimi hanno paventato un ulteriore crollo, al 2%, di Fi). Un nome, quello di Prodi, che fa sobbalzare anche i leghisti. “Lui presidente? Scherziamo? Mai!”, ha tuonato Matteo Salvini. A sgombrare il campo da equivoci e illusioni, Giovanni Toti consigliere politico di Fi. Un candidato di sinistra al Colle? “Dipende dalla persona, non c’è un veto assoluto rispetto a nessuno”, ha affermato. Poi però il Niet su Prodi. “Non mi pare che, per la sua storia personale pur rispettabile e legittima, possa corrispondere all’identikit di presidente della Repubblica che serve al Paese. Serve una figura imparziale, un vero arbitro che non parteggi per una delle squadre in campo”, è stata la sentenza senza appello di Toti. Che poi, a sua volta, è stato processato dai suoi. Augusto Minzolini gli ha fatto presente che le aperture a sinistra possono trasformarsi in boomerang: “Mi sembra di rileggere lo schema che portò ad elezione di Napolitano: assenza di memoria. Errare è umano, perseverare è diabolico”. Strali contro Toti anche da chi, come Maurizio Bianconi, si è domandato a che titolo parli di Quirinale, faccia nomi e veti, quando ancora non ci sono state né riunioni né decisioni. In rivolta anche i fittiani dopo che per l’ennesima volta Toti ha spinto per la candidatura di Raffaele Fitto in Puglia, nonostante l’interessato abbia già fatto sapere che questa ipotesi “non sta né in cielo né in terra”. Preda di tormenti quirinalizi anche i grillini. Oggi si registra l’apertura di Carlo Sibilia (fa parte del “direttorio”) che sponsorizza il metodo Consulta-Csm per il Colle e dice che “per incidere bisogna essere realisti”. Quindi di fronte a nomi fatti dal Pd potrebbe esserci il vaglio della rete. Dem che giocano sottotraccia ed evitano, quasi dietro suggerimento del premier, di fare nomi che altrimenti finirebbero per essere ‘bruciati’ anzitempo. Anche se di nomi, in questo sprint finale decisamente caotico, ne girano tanti: la pattuglia di ‘candidati’ – che va da Draghi a Veltroni, da Riccardo Muti a Mattarella e Renzo Piano, da Boldrini a Grasso, fino alla Pinotti, Bonino, Finocchiaro e Severino passando da Casini, Amato, D’Alema, Fassino e Cassese – già registra una trentina di papabili. (di Giuliana Palieri/ANSA)