Il Papa nelle Filippine tra post-tifone e ruolo della chiesa

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CITTA’ DEL VATICANO. – Il 17 gennaio papa Francesco sarà a Tacloban, una delle aree delle Filippine maggiormente colpite dal tifone Yolanda del 2013. E il 18 a Manila celebrerà la messa del Santo Niño (Gesù Bambino, ndr) uno degli eventi religiosi che richiama più fedeli nell’arcipelago e per i quali la religiosità filippina è nota in tutto il mondo. Questi due appuntamenti ben sintetizzano i motivi della presenza di papa Francesco nelle Filippine: sostenere le persone colpite dal tifone, considerato il peggiore della storia, anche incoraggiando l’opera di assistenza e di ricostruzione da parte della Chiesa. E visitare l’unico grande paese asiatico dove i cristiani sono maggioranza: l’82 per cento dei circa 100 milioni di abitanti sono cattolici, il 12% di altre confessioni cristiane, il 5% musulmani e i 2% buddisti. Insieme al piccolo Timor Est, le Filippine sono dunque l’unico paese asiatico a maggioranza cristiana, mentre sia in Corea, dove Bergoglio è stato lo scorso agosto, che in Sri Lanka, dove sarà dal 12 al 14 prossimi, sono minoranza in società multireligiose. I numeri elevati per la Chiesa di papa Bergoglio valgono non come manifestazione di forza, ma per l’occasione che offrono di capire come il cristianesimo si sia integrato nella cultura asiatica. Servono poi a capire cosa ha funzionato e cosa no nella grande rivoluzione pacifica del 1986 incoraggiata e capeggiata dalla Chiesa cattolica. Servono a chiedersi come il culto della famiglia nelle Filippine talora degeneri nelle grandi famiglie che occupano il potere ed economico. E come la corruzione che riemerge ciclicamente mini i tentativi di dare al Paese una vera democrazia, e di impostare una soluzione per gli immensi problemi della povertà e del degrado ambientale. Il viaggio nelle Filippine, il cui motto è “Misericordia e compassione”, ha dunque moltissimi motivi di interesse per papa Francesco e per la sua Chiesa dei poveri e in uscita verso le ferite del mondo. Se guardiamo ancora alla fisionomia religiosa, oltre ai cattolici maggioritari in tutte le isole dell’arcipelago, troviamo L’Islam nella zona sud ovest di Mindanao, dove continuano anche se con minor frequenza del passato tentativi di separazione , attentati, rapimenti e altre azioni violente, motivati in parte dalla volontà di alcuni musulmani di farsi sentire in un paese a maggioranza cristiana. Comunque non copre il gruppo islamico militare Abu Sayyaf la tregua che il presidente Benigno Aquino ha proclamato il 18 dicembre nei confronti della guerriglia maoista, proclamando un cessate il fuoco unilaterale fino alla mezzanotte del 19 gennaio, cioè dopo la partenza del Papa da Manila. Sarà la più lunga delle tregue natalizie degli ultimi trenta anni, nel conflitto che da 45 anni oppone al governo i ribelli comunisti, e che ha ucciso più di 40.ooo persone. Dal 1914 inoltre è presente nelle Filippine la “Chiesa di Cristo”, con una percentuale di fedeli di solo l’1-2 per cento della popolazione, ma molto visibile nel Paese per la architettura originale dei suoi luoghi di culto. I fedeli non credono né nella resurrezione né nella natura divina di Cristo. Sono una comunità molto attiva che parla lo il tagalog, nutre sentimenti molto anticattolici e costituisce anche a livello politico un blocco molto compatto. La Chiesa cattolica, pur avendo abbandonato l’aspirazione del card. Sin, di influenzare direttamente la politica del Paese, – aspirazione a dire il vero poco apprezzata da Roma, che alla fine ha anche smantellato la diocesi Manila in 6 diocesi – è molto presente nella vita sociale. Guidata dal card. Tagle, la Conferenza episcopale è intervenuta contro la desertificazione naturale e la deforestazione, per i poveri e la questione sociale, per una gestione corretta dei fondi del post-Yolanda, ha contrastato una legge tesa a limitare la libertà di stampa e ha criticato la legge sulla salute riproduttiva, il RH Bill, prima approvato, poi contestato davanti alla Corte suprema, e poi da questa approvato, con alcune modifiche che hanno consentito sia i vescovi che i promotori della legge a ritenersi soddisfatti. (giovanna.chirri@ansa.it)