Anita Ekberg, quando Roma si fermò per la Dolce Vita

Pubblicato il 12 gennaio 2015 da redazione

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ROMA. – La Dolce Vita, il film che segnò un’epoca e la vita stessa di Anita Ekberg scomparsa a 83 anni, fu girato a Roma nel ’59 bloccando la città. Le riprese cominciarono a Cinecittà il 16 marzo, come scrisse Tullio Kezich nel libro dedicato al film ‘Dolce Vita di Federico Fellini’ (Cappelli Editore) e tranne che per la scena più famosa, quella di Anitona e Mastroianni nella Fontana di Trevi, per gli esterni all’EUR e a Fregene fu praticamente tutto ricostruito nel teatro 5 degli studi di via Tuscolana, compresa via Veneto. Il film scritto da Fellini con Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi e forse con un contributo di Pier Paolo Pasolini, conquistò la Palma d’Oro al 13/mo Festival di Cannes e candidato all’Oscar vincendo quello per i costumi firmati da Piero Gherardi. Le riprese durarono cinque mesi e in città furono esse stesse un evento mediatico ancor prima che il film fosse finito. Una processione di romani andava a curiosare durante gli esterni e quando il film uscì l’anno seguente i cinema di Roma si riempirono di cittadini. “E’ difficile spiegare esattamente come questo film ci sembrò speciale all’epoca”, aveva detto qualche anno fa Martin Scorsese in occasione del restauro del film 50 anni dopo. Se il film è universalmente riconosciuto come un capolavoro della storia del cinema, molto meno gloriosa è la sua storia produttiva. Il produttore iniziale fu Dino De Laurentiis che aveva anticipato 70 milioni di lire, ma lui e Fellini, a causa di una sceneggiatura ritenuta troppo caotica ruppero e il regista dovette cercare un altro produttore che ripagasse anche l’anticipo di De Laurentiis. Dopo varie trattative, il duo Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato, divennero i nuovi produttori. Sempre Kezich, il critico e scrittore del Corriere della Sera, grande amico di Fellini, riporta in quel libro prezioso che secondo fonti ufficiali il film non costò più di 540 milioni, che non era una cifra esagerata per una produzione impegnativa come quella de La Dolce Vita. Ferma restando la paternità artistica non si sa più bene chi sia il titolare produttivo e legale. La Dolce Vita – con il suo affresco ‘babilonese’ in sette episodi della Roma a cavallo degli anni ’50 e ’60 attraverso il personaggio cinico e disincantato del giornalista aspirante scrittore Marcello Rubini – è di tutti e di nessuno. Non più della Cineriz di Rizzoli ormai scomparsa. Mediaset-Medusa ha i diritti per il territorio nazionale ma per l’estero ne rivendicava la titolarità la Imf (International Media Film) che li ebbe nel 2001 dalla Cinestampa, a sua volta avuti nell’ ’89 dalla Oriental Film e prima ancora dalla Hor Ag nel 1981 e dalla Cinemat Sa nel 1962 in una catena infinita in cui di mezzo ci sarebbe anche la Lucas Entertainment che qualche anno fa fece di quel capolavoro perfino un’omonima versione gay vincitrice di 14 porno oscar americani. Nel 2010 il restauro del film con la cineteca di Bologna, la Film Foundation di Martin Scorsese, Medusa e Gucci come sponsor del restauro. (di Alessandra Magliaro/ANSA)

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