Torna il boia in Oklahoma. Agonia del condannato

Pubblicato il 16 gennaio 2015 da redazione

boia

NEW YORK. – Ancora un’agonia-shock nelle camere della morte Usa. “Ho il corpo in fiamme”, ha mormorato all’inizio dell’agonia il condannato Charles Warner mentre i veleni dell’iniezione letale cominciavano a scorrergli nelle vene: dopo nove mesi di moratoria, l’Oklahoma è ripartita con le esecuzioni e il protocollo di farmaci usati spacca la Corte Suprema. Nero, 47 anni, Warner era finito nella camera della morte per un delitto orribile: lo stupro e l’assassinio di una bimba di undici mesi, la figlia della sua ex compagna. “Delitti orribili meritano di essere puniti, ma la Costituzione vieta esecuzioni che producano dolore non necessario”, ha scritto la giudice Sonia Sotomayor che ieri, in extremis, non è riuscita a fermare il boia. Warner è stato il primo detenuto messo a morte nel penitenziario statale di McAlaster in una camera delle esecuzioni nuova di zecca, costata all’erario oltre centomila dollari. E’ stato dichiarato morto alle 19:28 ora locale, 18 minuti dopo l’inizio della procedura, mentre in Florida, un altro condannato, Johnny Shane Kormondy, veniva ucciso dallo steso cocktail di tre veleni tra cui una dose del controverso sedativo midazolam cinque volte più potente che in passato (da 100 a 500 milligrammi). “Fa male, sembra acido”, ha detto Warner pochi istanti prima di chiudere gli occhi. Per l’Oklahoma è stata la prima esecuzione in nove mesi dopo il flop del boia lo scorso aprile, quando Clayton Lockett, un altro detenuto, aveva impiegato 40 minuti a morire: un caso che aveva scioccato l’intera nazione e indotto il governatore a imporre una moratoria per rivedere da cima a fondo le procedure. Anche Warner doveva essere messo a morte quel 29 aprile: l’esecuzione in extremis era stata sospesa. E sempre in extremis sul suo caso si è spaccata ieri la Corte Suprema. I quattro giudici conservatori e il presidente, John Roberts, hanno dato via libera all’esecuzione. Ma i quattro progressisti – Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer e Elena Kagan, guidati dalla Sotomayor – hanno tenuto a distinguersi con un “dissenso” di ben otto pagine in cui hanno contestato il nuovo protocollo. “Sono questioni importanti, specialmente adesso che gli stati si affidano a metodi di esecuzione nuovi e scientificamente non testati”, ha scritto la Sotomayor, “profondamente preoccupata” in particolare per l’uso del midazolam: “Spero che il fatto di non aver agito oggi non sottenda che da parte nostra non c’è disponibilità ad affrontare questi interrogativi”.  (di Alessandra Baldini/ANSA)

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