Eni, il calo del greggio mette i conti a rischio

Pubblicato il 21 gennaio 2015 da redazione

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ROMA. – Il crollo dei prezzi del petrolio sta provocando ferite dolorose all’Eni, una delle poche, grandi aziende rimaste sotto il controllo di capitali italiani. Ma il problema non è la perdita del 60% in soli sette mesi. Le difficoltà vere ci saranno se le quotazioni resteranno basse a lungo. L’incubo è un periodo prolungato di debolezza dei prezzi, come quello che ha caratterizzato gli interi anni Novanta. Uno scenario che rischia di cambiare radicalmente gli assetti del gruppo. Anche perché l’Eni non è più quella di una volta. All’epoca il gruppo era diversificato, con una presenza importante nei gasdotti internazionali e con attività nel gas che, grazie alla Snam, sono arrivate a garantire miliardi di utili all’anno. Erano presenze che davano solidità al gruppo, perché anticicliche rispetto al petrolio. Così quando i prezzi del greggio crollavano la redditività era compensata dall’andamento del gas. E viceversa. Quel modello di società, voluta e costruita da Enrico Mattei, non c’è più. Il primo pezzo se ne è andato nel 2011, quando l’Eni a vendere le partecipazioni nei gasdotti internazionali, quelli d’importazione dal Nord Europa e dalla Russia, nell’ambito degli impegni imposti l’anno precedente dalla Commissione europea. Poi, l’opera è stata completata dal governo Monti, che ha voluto la cessione della Snam, finita alla Cassa depositi e prestiti (Cdp). Insieme alla Snam se ne sono andati profitti che facevano molto comodo, soprattutto nei periodi di caduta dei prezzi petroliferi, e facevano dell’Eni l’unica tra le maggiori company multinazionali a essere integrata. Proprio questo cambiamento strutturale rende più problematica la crisi in corso. Qual è la soglia di allarme? Sotto quale livello i bilanci del gruppo sono davvero a rischio? Il break-even Eni delle attività di esplorazione e di estrazione del petrolio è un dato strettamente riservato, non comunicato neppure ai consiglieri di amministrazione. Alcune indicazioni, tuttavia, sono possibili. Nell’ottobre scorso l’amministratore delegato del gruppo, Claudio Descalzi, ha fornito un dato: la soglia per la sostenibilità dei nuovi investimenti nelle attività petrolifere è, nel lungo periodo, 45 dollari al barile. Lo ha fatto nel corso del World energy outlook, che si è tenuto a Roma, ascoltato con interesse dai partecipanti alla consueta manifestazione annuale. Il dato conferma la situazione delicata, perché nei giorni scorsi le quotazioni sono scese per la prima volta da anni sotto tale livello e ora oscillano intorno a 47-48 dollari. Naturalmente tutto dipende da quale sarà l’andamento durante l’intero 2015. Il crollo risulterà di breve durata consentendo di compensare gli effetti negativi azionando la leva dell’aumento del debito? Oppure, come prevede buona parte degli analisti, il rimbalzo ci sarà ma solo per un assestamento tra 50-60 dollari? E davvero non c’è da temere altre, repentine cadute? Calcoli precisi sulle conseguenze sono impossibili ma, anche in questo caso, alcuni numeri sono conosciuti. Ogni dollaro di caduta dei prezzi, secondo indicazioni della stessa Eni, corrisponde a 100 milioni in meno di utili, già considerando l’impatto di segno opposto, cioè positivo, su attività come la chimica oppure la raffinazione. Quindi 50 dollari in meno si traducono, almeno in teoria perché poi scattano interventi d’emergenza come il taglio dei costi, in 5 miliardi di profitti che sfumano. Quanto basta per allarmare gli azionisti di riferimento, Cdp e ministero dell’Economia, che controllano il 30% del capitale e incassano buona parte dei dividendi (oltre 3,9 miliardi nel 2013, superiori a 4 miliardi negli otto anni precedenti con punte intorno a 4,7 miliardi nel 2007 e nel 2008). Anche perché il momento non è adatto per dismissioni importanti, come conferma l’andamento in caduta libera del titolo Saipem e la scelta di rinviarne la vendita. In più c’è un rischio, di portata strategica. Sempre, in passato, i periodi di caduta delle quotazioni del greggio hanno coinciso con scalate e fusioni che hanno cambiato la mappa delle oil company. Oggi i riflettori sono accesi sull’inglese Bp, ma anche l’Eni merita attenzione. Perderla, per il sistema Paese, sarebbe un peccato. (di Fabio Tamburini/Ansa)

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