Mattarella, il Dc di “sinistra” che disse “no” a Berlusconi

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ROMA. – Uomo senza macchie, democristiano vero e figlio d’arte di uno dei fondatori della balena bianca. Ma di sinistra. Silenzioso, poco ciarliero, a volte tagliente; misuratissimo con le parole, le vocalizza in sussurro che costringe gli interlocutori ad avvicinarsi. Motivò in Tv le sue esplosive dimissioni contro la legge Mammì ma sembrava che uscisse dal Governo per farsi una bella passeggiata: “Naturalmente voteremo la fiducia – disse nel 1990 lasciando il Governo Andreotti (vice-premier era Claudio Martelli – ma questo non significa che non abbiamo fatto bene a dimetterci dal governo. C’e’ una direttiva comunitaria e – aggiunse impassibile mentre spiegava il suo dissenso a una norma che fu definita “salva-Fininvest – abbiamo ritenuto inammissibile porre la fiducia su una norma che di fatto entra in contrasto con una decisione comunitaria. Sarebbe stato singolare non dimettersi”. Buona parte della sua storia si svolge a Roma dove per impegni di governo del padre si trasferisce e compie tutti gli studi fino alla laurea in Giurisprudenza. Torna a Palermo per amore perché sposa Marisa, sorella di Irma già moglie di Piersanti, e qui si stabilisce (“Abbiamo una piccola casa in affitto a Roma città nella quale peraltro abitano i miei tre figli Bernardo, Laura e Francesco”, disse in una intervista di qualche anno fa). Milita nella corrente di Aldo Moro, entra in Parlamento la prima volta nel 1983. Quattro anni dopo, il balzo nel governo alla guida del ministero dei Rapporti con il Parlamento, prima nell’esecutivo De Mita poi in quello Goria Avvocato e professore di diritto parlamentare, Mattarella appartiene ad una famiglia di solida tradizione democristiana: il padre, Bernardo, è stato più volte ministro nella Prima Repubblica; suo fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia, è stato ucciso dalla mafia nel 1980. Da quel dramma trovò la voglia di far veramente politica e non dimenticò mai di tenere alta la guardia contro le cosche. Agli esordi De Mita lo spedì in Sicilia a bonificare la Dc di Lima. Le radici democristiane sono profonde e radicate, dall’Azione Cattolica attraverso la Dc, dal Partito Popolare di cui è stato uno dei principali rappresentanti, fino alla Margherita. Se fosse eletto sarebbe il primo presidente siciliano, il più “meridionale” a guidare il Quirinale. Che peraltro da tempo vede tutti i giorni lavorando di fronte, alla Consulta, e vivendo a pochi passi nella foresteria della Corte costituzionale. Parlamentare dal 1983 al 2008, Mattarella ha anche una buona esperienza di Governo: ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo De Mita, della Difesa, e vicepremier, nel governo D’Alema (sotto la sua gestione fu abolita la “naja”, il servizio militare obbligatorio). Conosciuto fuori dalla politica soprattutto per la spinta che diede alla nascita del primo sistema elettorale maggioritario (ribattezzato, appunto, “Mattarellum”). Fu relatore delle leggi di riforma del sistema elettorale della Camera e del Senato che, recependo l’esito del referendum del 1993, introducevano una preponderante componente maggioritaria. La legge Mattarella fu impiegata per le elezioni politiche del 1994, del 1996 e del 2001. La sua anima di “sinistra” non ebbe mai tentennamenti e solo Rocco Buttiglione riuscì a fargli alzare di un decibel i toni dell’eloquio facendo intravedere una vena umoristica. Nel 1995, al culmine dello scontro interno al PPI, definì il segretario Buttiglione, che ostinatamente cercava l’alleanza con la destra berlusconiana, “el general golpista Roquito Butillone”. Poi, subito più serio, diede corpo alle sue convinzioni più radicate definendo “un incubo irrazionale” la sola ipotesi che Forza Italia potesse essere accolta nel Partito Popolare Europeo. Ma con Berlusconi non ci furono mai rapporti diretti e Mattarella espresse le sue posizioni in tempi non sospetti quando spiegò che “non era possibile che chi ha tre reti televisive scenda in politica”. Arrivando poi nel 1995, in pieno “berlusconismo”, a forzare la sua prudenza così: “Dopo il gran premio di Imola, la finale di coppa Uefa, tutte le occasioni e tutte le telecamere sono buone per la Fininvest per scatenare la sua offensiva sui referendum, naturalmente aggirando o forzando le norme che regolano le campagne elettorali. La spregiudicatezza con cui si muovono gli uomini Fininvest – disse senza peli sulla lingua – e’ la prova lampante di quali siano gli interessi realmente in gioco”. Non ha grande esperienza di politica estera ma seppe farsi conoscere a Washington quando, da ministro della Difesa, sostenne con convinzione la delicata partecipazione dell’Italia all’operazione Allied Force, con la quale la NATO era intervenuta nella guerra del Kosovo. In quel periodo si varò una riforma molto attesa dagli italiani: l’abolizione del servizio di leva obbligatorio. (di Fabrizio Finzi/ANSA)

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