Venezuela si riscopre povera dopo la sbornia petrolifera

pobreza

CARACAS. – Brusco e triste risveglio. La certezza d’aver migliorato la qualità di vita della popolazione più umile e di aver lasciato, in gran parte, alle nostre spalle la povertà si è trasformata improvvisamente in una “leggenda urbana”. Dopo la sbornia petrolifera, ci riscopriamo più poveri. A porci di fronte ad una realtà che pensavamo ormai archiviata definitivamente le cifre fredde e senza appello della Cepal e di tre prestigiose università del Paese: la “Centrale del Venezuela”, la “Cattolica Andrés Bello” e la “Simón Bolívar”.

Con maggior o minor forza l’aumento della povertà interessa tutta l’America Latina. Quindi anche il Venezuela e di questo non si può certo essere né contenti né orgogliosi e non è neanche il caso di dire “mal comune, mezzo gaudio”. Una ricerca della Cepal, “Panorama Sociale dell’America Latina 2014”, rivela che i livelli di povertà sono inalterati dal 2012. Il 28 per cento dei latinoamericani vive in condizioni precarie.

Nel 2014, la crescita economica dell’emisfero ha proseguito, anche se lentamente. Purtroppo senza effetti reali sul benessere della popolazione. Le proiezioni dell’organismo delle Nazioni Unite, illustrate nella recente ricerca, indicano che 167 milioni di persone, in America Latina, ancora vivono in condizioni di povertà. Ma quel che è più grave è che, di questi 167 milioni, 71 sopravvivono in condizioni di povertà estrema. E cioè, non hanno neanche il minimo indispensabile per soddisfare le esigenze primarie.

Il Venezuela è uno dei paesi in cui la povertà pare morda con maggior violenza. Un “team” di docenti e ricercatori dell’Ucv, dell’Ucab e dell’Usb, tre tra le più prestigiose università del Paese, confermano i risultati ottenuti dallo studio della Cepal. In effetti, segnalano che, dall’analisi dei sondaggi realizzati nei quartieri più umili da agosto a settembre del 2014, emerge una realtà sorprendente e, allo stesso tempo, inquietante. Ovvero, il livello di povertà registrato nel 2014 (48,4 per cento della popolazione) è superiore, anche se di poco, a quello del 1998 (45 per cento). Il dito nella piaga. Come se ciò fosse poco, la ricerca coordinata dal sociologo Luis Pedro España, riconosciuto a livello internazionale per la sua serietà e credibilità, rivela che uno di ogni tre venezuelani poveri, è un “nuovo povero”.

Il sociologo e docente universitario, nel commentare la ricerca, sottolinea che il Paese è entrato nuovamente nel vortice della crescita della povertà, fenomeno che ha caratterizzato il 1986 e il 1992, il 1996 e il 2002. Inoltre, altro elemento molto preoccupante e rilevante, dalla ricerca emerge indirettamente la poca effettività dei programmi sociali – le famose “misiones” che sempre abbiamo considerato indispensabili per il benessere della popolazione – . Questi raggiungono solamente il 10 per cento della popolazione povera, presa come campione per l’inchiesta realizzata dalle tre università. Ma ciò che è ancor peggio, quasi la metà delle famiglie che usufruiscono delle “misiones” non appartengono agli strati più umili della popolazione.

Le “misiones”, quindi, come spiega Luis Pedro España, si trasformano in strumenti di controllo sociale e argomento di propaganda politica nelle campagne elettorali. Insomma, strumenti di clientelismo politico. La vera funzione delle “misiones” sarebbe dunque travisata, deformata. Smette d’essere un salvagente transitorio per sostituire, in via definitiva, il lavoro, soffocare il desiderio di superamento, e incrinare la produttività.

Nell’ambito politico, invece, come un lampo a ciel sereno è esploso il “Caso” della droga. Incredulità, sorpresa, perplessità. Sono questi i sentimenti che hanno accompagnato la denuncia di alcuni giornali spagnoli e nordamericani che, facendosi eco di una supposta accusa di un integrante della scorta del presidente dell’Assemblea Nazionale fuggito negli Stati Uniti, hanno indicato nel deputato Diosdado Cabello il presunto capo del “Clande los Soles”, clan dedito al traffico di droga. Immediata e forse anche scontata la reazione del presidente dell’Assemblea nazionale. Il deputato Diodado Cabello ha rispedito ai mittenti ogni accusa e minacciato di querelare i mass-media spagnoli e americani ed anche i venezuelani “Tal Cual” e “El Nacional”.

Che il Venezuela fosse ponte per il traffico di droga non è novità. Il caso più recente è quello della “Dama di Bianco”, Federica Gagliardi, arrestata a Fiumicino dopo essere riuscita a burlare i controlli della dogana venezuelana. Bloccata allo scalo romano all’arrivo da Caracas, la Gagliardi aveva nascosto ben 24 chili di cocaina nel suo bagaglio a mano e in uno zainetto. Testimoni del traffico di droga sono anche i nostri connazionali detenuti nelle carceri venezuelane. Impiegati come “mulas” dai “narcos” e arrestati dalla polizia, sono stati condannati a scontare pene severe.

Ritornando al “caso” del presidente dell’Assemblea Nazionale, Diodado Cabello, le accuse mosse nei suoi confronti, che non sono state né smentite né confermate dalla Dea che avrebbe in custodia Leamsy Salazar, ex capo della scorta presidenziale all’epoca dell’estinto presidente Chàvez e poi responsabile della sicurezza del presidente dell’Assemblea, ha lasciato tutti a bocca aperta. La vicenda dovrebbe avere nei prossimi giorni ulteriori sviluppi.

Denunce e accuse. Il presidente della Repubblica, Nicolàs Maduro, è tornato a parlare di “golpe economico” e di cospirazione. E ha accusato i proprietari di una importante catena farmaceutica, di tramare ai suoi danni. Le parole veementi e allo stesso tempo prudenti del capo dello Stato sono state chiarite da Ernesto Villegas, attuale capo del “governo ombra” del Distretto Capitale. Questi ha informato chele autorità competenti indagano sulle ragioni delle lunghe file di venezolani alle porte dei negozi di Farmatodo, in tutto il Paese. Dal canto suo, in un comunicato, Farmatodo ha minimizzato l’incidente e informato che alcuni suoi gerenti sono stati invitati a dichiarare presso la sede del Sebin, i servizi segreti venezuelani.

E mentre la dialettica politica si fa incandescente, continua in carcere l’ex capo della polizia di San Diego, il connazionale Salvatore Lucchese che, come l’ex Sindaco dello stesso Comune, Enzo Scarano – ora negli Stati Uniti per sottoporsi ad accertamenti medici e forse anche ad una operazione -, sconta la pena di poco più di 10 mesi – pena che dovrebbe estinguersi in pochi giorni -. Come si ricorderà, anche Lucchese, come Scarano, fu accusato di non aver fatto nulla per evitare le “guarimbas” nel suo Comune.

(Mauro Bafile/Voce)

Condividi: