Mentre Renzi rafforza il Pd, si sfalda Fi

Italian Premier Matteo Renzi at Italian tv show 'Porta a Porta'
ROMA. – A dispetto dei toni ultimativi, Matteo Renzi non chiude del tutto la porta a Silvio Berlusconi. Gli ribadisce ”rispetto” e si augura che alla fine prevalga in Forza Italia il buon senso anche perché – spiega – sulle riforme i numeri ci sono anche senza gli azzurri. Per ora dalla sponda berlusconiana si resiste alle offerte di dialogo: Fi critica la ”doppia morale” che fa considerare gli ex montiani che hanno deciso di aderire al Pd degli eroi a differenza di Scilipoti che aveva fondato il gruppo dei ”responsabili” a sostegno del Cavaliere; e attacca la pagina opaca del decreto sulle banche popolari e la battaglia in corso sulle emittenti Tv (”Renzi usa le leggi come un avvertimento a Berlusconi”, scrive il Mattinale). Tuttavia non c’è ancora chiarezza sul come voteranno i forzisti, all’atto pratico, su riforma del Senato e Italicum. Questo resta il fronte dell’ ambiguità: tanto da spingere Beppe Grillo a dire che il patto del Nazareno è saltato solo a parole, una mossa che servirebbe solo a ricompattare Pd e Fi e andare presto al voto. In realtà tutti i giochi sembrano ancora aperti. L’arrivo di otto parlamentari di Scelta civica nel Pd non sposta gli equilibri parlamentari (erano già nella maggioranza) ed espone il premier all’accusa di aver accettato quel ”pendolarismo” che ha sempre condannato (vedi il caso di Pietro Ichino che il Pd l’aveva lasciato nel 2013 e adesso rientra). La spiegazione del ministro Giannini che la vocazione maggioritaria dei dem ha ormai assorbito il centro sociale e politico sembra fragile, tanto più che mezza Scelta civica non l’ha seguita nell’esodo e terrà comunque il suo congresso nel fine settimana. Non a caso Pierluigi Bersani parla della necessità di riflettere sulla politica di allargamento del partito. Aggregare i riformisti, è il sottinteso, va bene a condizione che ciò non comporti una svolta al centro e una compressione della sinistra interna. La minoranza dem resta divisa e questa è la vera forza del Rottamatore. Pippo Civati, per esempio, ricorda che la ”transumanza” era stata sempre definita ”una schifezza” e si chiede come mai, se la rottura del Nazareno è una cosa seria, non si sia aperta la crisi di governo. Nel complesso la minoranza del Pd resta diffidente e decisa a far valere il cambio di rotta politico inaugurato con il metodo Mattarella (che esclude di fatto Forza Italia). Il suo atteggiamento sui nodi critici (riforma del bicameralismo, legge elettorale e Jobs Act) sarà determinante: in Senato infatti una ipotetica saldatura con l’opposizione di Forza Italia e Sel, metterebbe a rischio la maggioranza. Questo è il motivo per cui Renzi continua a guardare oltre gli attuali confini, all’area dei senatori di Gal (che Paolo Naccarato ha battezzato ”gli stabilizzatori”) e a quella degli ex grillini (alcuni dei quali tuttavia sembrano più vicini a Sel). E’ una partita a scacchi che rischia di somigliare troppo a quelle già giocate, con esiti deludenti, da Prodi e da Berlusconi. Molto dipenderà dall’evoluzione dei rapporti interni a Fi. Raffaele Fitto ha convocato per il 21 febbraio la convention della fronda azzurra per lanciare il suo progetto liberale: non siamo rottamatori ma ricostruttori, dice con un gioco di parole rivolto alla tradizionale base moderata. Fitto batte sulla ”drammatica situazione economica” dell’Italia, che nel 2016 potrebbe addirittura essere superara nella Ue da Cipro, e pensa ad un progetto economico basato sullo shock fiscale, reclamato per la verità anche da altre parti. Una linea che naturalmente porterebbe Fi in totale rotta di collisione con Renzi, studiata proprio per seppellire l’intesa del Nazareno. Berlusconi non ha molto tempo per decidere: se la frana parte definitivamente può trasformarsi in valanga, con esiti imprevedibili anche nelle alleanze del centrodestra. Uno scenario non auspicabile né per Renzi né per Berlusconi. (di Pierfrancesco Frerè/ANSA)

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