Monito della Russia agli Usa: “No armi a Kiev o escalation”

Crisis in Ukraine

MOSCA. – Se gli Usa decideranno di armare l’esercito di Kiev, nel sud-est ucraino ci sara’ ”un’ulteriore escalation del conflitto”: il monito di Mosca accompagna le ultime tese trattative notturne a Minsk del gruppo di contatto (Mosca-Kiev-Osce e separatisti filorussi) alla vigilia del summit nella capitale bielorussa tra Putin, Poroshenko, Merkel e Hollande considerato l’ultima chance diplomatica per riportare la pace nel martoriato Donbass con la mediazione franco-tedesca. E la risposta di Barack Obama non si fa attendere: con una telefonata in serata al presidente russo nella quale secondo Washington il leader della Casa Bianca invita lo ‘zar’ a cogliere l’occasione negoziale di Minsk, ma denuncia anche i nuovi scontri e le vittime delle ultime ore, ammonendo a sua volta che i costi per la Russia “aumenteranno” se non si fermeranno le sue “azioni aggressive” nell’Ucraina dell’est. Anche il Papa sostiene intanto una soluzione negoziata, ha ricordato il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, dando ”per naturale” che Bergoglio parlera’ della crisi ucraina con la Merkel nel loro incontro il 21 febbraio in Vaticano. La vigilia del vertice di Minsk e’ nervosa, contrassegnata da nuove offensive militari reciproche con l’ennesima strage di civili, dall’ennesima esercitazione bellica russa ai confini ucraini, da previsioni e segnali contradditori. E dai toni di sfida russi contro le possibili forniture di armi difensive letali a Kiev da parte degli Usa, osteggiate da gran parte dei Paesi europei: ”cercano di coinvolgere la Russia in un conflitto militare interstatale” e ”sfruttando la questione ucraina vogliono un cambiamento del potere” in Russia, ha accusato il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Nikolai Patrushev. Anche un eventuale inasprimento delle sanzioni europee, avvisa il Cremlino, sarebbe un passo ”verso la destabilizzazione”. L’unico segnale in parte positivo arriva da Kiev: il portavoce del ministero degli Esteri di Kiev, Ievgheni Perebiinis, ha sostenuto che il governo ucraino e’ ”cautamente ottimista” in vista del vertice di domani, benche’ – ha precisato – sia necessario ”anche essere pronti al peggior scenario”. In ogni caso, a suo avviso, quella di domani ”non è l’ultima chance” per trovare ”una soluzione pacifica” al conflitto. Uno scenario, quest’ultimo, avvalorato da una fonte diplomatica vicina alle trattative, citata da Ria Novosti: per domani non e’ prevista la firma di alcun ”documento sui risultati del summit. Probabilmente – ha aggiunto la fonte – possiamo aspettarci una dichiarazione congiunta”. Tutto fa presagire comunque che il vertice si tenga e che suggelli almeno l’inizio di un processo di pace, se non altro sulla carta, per fermare venti di guerra peggiori e magari congelare il conflitto. Qualche indizio in questa direzione c’e’. Dmitri Peskov, portavoce di Putin, ha sottolineato che i preparativi per il summit ”sono in corso” e che la Russia ”è veramente interessata” a risolvere la questione ucraina. Un altro segnale importante e’ l’invio a Minsk del consigliere presidenziale Vladislav Surkov, l’ex ideologo ed eminenza grigia del Cremlino, ritenuto il regista occulto dell’annessione della Crimea e dell’ operazione ‘Novorossia’, come era chiamata in epoca zarista la regione ucraina orientale rivendicata ora dai ribelli. Lo stesso Putin – che oggi nella sua visita al Cairo ha regalato tra i sorrisi un Kalashikov al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e preannunciato la costruzione di una centrale nucleare russa in Egitto – aveva precisato nei giorni scorsi che il summit ci sara’ se entro domani si riuscira’ a trovare un accordo su vari punti. Quelli piu’ controversi restano la definizione della linea del fronte (Kiev ha perso un migliaio di kmq dagli accordi di Minsk dello scorso settembre), il controllo delle frontiere russo-ucraine (Mosca rimanda ad un negoziato diretto tra Kiev e i ribelli), lo status delle regioni separatiste (in chiave federalista per Mosca, ma Kiev parla solo di decentramento) e le forze di mantenimento della pace: il Cremlino propone bielorussi e kazaki ma Kiev rifiuta ritenendo che si tratti di due Paesi alleati della Russia, mentre l’ipotesi di caschi blu dell’Onu rischia le forche caudine del consiglio di sicurezza, dove Mosca ha diritto di veto. Una intesa pero’ conviene quasi a tutti: a Putin per dividere l’Europa dagli Usa ed evitare la minaccia della tenaglia economico-militare ‘sanzioni-fornitura di armi letali’; a Poroshenko per non soccombere militarmente, anche se concedendo troppo rischia politicamente la poltrona; all’Europa per esorcizzare una guerra che rischia di allargarsi nel continente. Nonostante l’apparente sostegno all’iniziativa europea, Washington sarebbe invece costretta ad accettare un imbarazzante status quo. Ma paradossalmente solo gli Usa, gli unici esclusi dai negoziati, possono convincere o costringere Poroshenko ad accettare un accordo. Obama gli ha telefonato prima di sentire Putin: non e’ dato sapere se abbia dato disco verde. (di Claudio Salvalaggio/ANSA)