Riforme: ancora tanti emendamenti, rischio pantano

Riforme: Camera, oggi primo voto solo dopo due ore e mezza
ROMA. – In uno scenario geopolitico in piena ebollizione, Matteo Renzi prova a impostare la strategia italiana. Non ci sono solo Ucraina e Grecia ma anche il Mediterraneo, dice a proposito della nuova strage di migranti che pone in discussione la missione Triton (che ha sostituito Mare Nostrum): il cuore del problema è la Libia, da dove partono le carrette del mare, e non il pattugliamento in mare. Il premier richiama l’attenzione su un fronte che non può riguardare solo la diplomazia italiana e sottoporrà la questione al Consiglio europeo. Ma in realtà, sottolinea, la stessa Europa non è scontata: va difesa e rinsaldata giorno per giorno. Lo scontro sul debito di Atene dimostra quanto sia difficile realizzarne l’unità, e lo stesso si può dire della mediazione con Mosca e Kiev promossa in solitudine da Merkel e Hollande. Tutto ciò senza considerare i rischi legati al terrorismo di matrice islamista contro il quale il governo ha appena varato norme più severe. Per il premier, attaccato dalle opposizioni per lo scarso peso internazionale della sua politica estera, si tratta di dimostrare che l’esecutivo è in grado di portare a casa qualche risultato (soprattutto sul delicatissimo tema dell’immigrazione) e di farsi ascoltare nella Ue dai ”pesi massimi” che sembrano un po’ giocare una partita a parte. Per esempio sull’austerity più volte contestata ma che, a quanto sembra, resta la bussola di Berlino e dell’eurogruppo. Naturalmente l’instabilità interna non è un buon viatico per la credibilità italiana, da sempre sotto la lente di Bruxelles. Renzi assicura che le riforme annunciate con grande battage in Europa saranno approvate nei tempi previsti, consapevole che si tratta di un tassello decisivo per la valutazione del suo programma. In questa ottica, la rottura del patto del Nazareno non lo aiuta: il Pd ha già dovuto concedere una diluizione dei tempi di discussione della riforma del bicameralismo alla Camera e tutelarsi con la seduta fiume (che impedisce la moltiplicazione degli emendamenti), ma ciò comporta lo slittamento dei molti decreti in attesa di conversione. E resta sempre l’insidia del Senato dove la maggioranza non può contare sui margini di sicurezza che ha a Montecitorio. Molto dipenderà dall’evoluzione dell’opposizione di Forza Italia. A Berlusconi, Renzi ha fatto sapere il rinvio di qualche settimana dell’esame della contestata norma del 3 per cento del decreto fiscale: mossa che ha suscitato il malumore della sinistra dem e il dubbio che si tratti di un tentativo di condizionarlo (Fassina). Il Rottamatore lo nega e parla della necessità di varare una volta per sempre una riforma fiscale giusta e coerente che possa consentire il recupero reale dell’ evasione (terreno sul quale il nostro Paese è fanalino di coda). Ma il Cavaliere non lo ha interpretato come un gesto distensivo e sembra deciso ad andare allo scontro. Il Nazareno è stato stracciato per l’immaturità del Pd sul terreno democratico, è la sua spiegazione, e si apre una fase nuova. Ma che cosa significa? Berlusconi dice di non voler lasciare nelle mani di Matteo Salvini le chiavi del centrodestra: ma è davvero in grado di farlo? La scomunica di Raffaele Fitto, invitato brutalmente a decidere se stare dentro o fuori Fi, alimenta un clima da resa dei conti che certo non agevola il negoziato con la Lega (che infatti aspetta la ”prova dei fatti”). La replica del capo della fronda azzurra, quel ”che fai mi cacci perché avevo ragione?” di finiana memoria, dimostra che la minoranza forzista non è disponibile a passi indietro. Può essere che i suoi numeri siano potenzialmente irrilevanti in caso di scissione e di ritorno alle urne, ma resta il fatto che non è questa la via per rassicurare l’elettorato moderato orientato all’astensione. Il carisma del capo sembra essersi appannato in modo irreversibile se oltre all’opa ostile di Salvini il Cav deve fare i conti con una guerriglia che non riesce a domare. Per un partito liberale come vorrebbe essere Fi, inoltre, è difficile evocare l’accusa di ”frazionismo” tipica dei vecchi partiti comunisti, come fa rilevare Daniele Capezzone ricordando l’espulsione del gruppo del Manifesto dal Pci. Una partita a scacchi nella quale il vecchio monarca non ha assi da giocare se non il suo ritorno sulla scena dopo il 9 marzo: privo però di un delfino e dunque dell’arma generazionale sulla quale contano invece i ”due Mattei”. (di Pierfrancesco Frerè/ANSA)

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