Uto Ughi a Caracas: “La musica è base di civiltà”

Pubblicato il 14 febbraio 2015 da redazione

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CARACAS – “Il primo a parlarmi del ‘Sistema Abreu’ fu il maestro Giuseppe Sinopoli. Eravamo molto amici. Una volta venne in Venezuela e rimase impressionato per ciò che si stava facendo. Mi disse: ‘In Venezuela ho trovato un miracolo’. Aveva ragione”. Il virtuoso violinista Uto Ughi parla adagio, senza fretta. Dalle sue parole, dal suo sorriso emergono simpatia e ammirazione per l’opera didattica e formativa del maestro Abreu.

Lo incontriamo in una sala dell’Hotel Tamanaco, in compagnia della dottoressa Erica Berra, Direttrice del nostro Istituto Italiano di Cultura. È ammaliato dal contrasto del paesaggio che si può osservare attraverso le grandi finestre. C’è un cielo limpido di un azzurro tropicale nel quale si staglia l’Avila, con i suoi colori intensi e la sua vegetazione lussureggiante. Ai suoi piedi, quasi a rendergli tributo, la città con la sua modernità, con i suoi grattaceli che cercano l’infinito azzurro e con le profonde cicatrici, provocate dall’uomo, attraverso le quali sfrecciano da un capo all’altro corsieri metallici, col loro ruggito assordante, accompagnato dallo sbuffare inquieto di contaminazione.

– Crede che sia possibile conciliare cultura e politica?

– I fatti lo dimostrano – ci dice con estrema semplicità – Basta osservare quanto fatto dal maestro Abreu in quarant’anni. Sinopoli, nel parlarmi di questo ‘miracolo’, commentò che il maestro Abreu stava realizzando una importantissima semina culturale e spirituale. Mi disse: “Vedrai, darà risultati meravigliosi”. Sinopoli è morto troppo presto… troppo giovane. Ma aveva ragione. I risultati della semina si stanno già vedendo.

Viaggia nel mondo dei ricordi. Un excursus tra emozioni e passioni che lo porta al suo primo viaggio in Venezuela. Certo l’Orchestra che lo accompagnò non fu la Sinfonica “Simòn Bolìvar” né la sala che lo ospitò quella del moderno complesso architettonico “Centro Nacional de Acciòn Social para la Musica”.

– Suonai nell’Aula Magna dell’Università Centrale del Venezuela – racconta -. Allora conobbi il maestro Abreu. Ricordo che mi disse: ‘Perché non vieni a suonare con l’Orchestra Simòn Bolìvar? Vedrai, ti sentirai benissimo’. Effettivamente tornai e suonai con l’Orchestra diretta dal maestro Dudamel.  Sono venuto ad assistere ai corsi del maestro Claudio Abbado. Mi piaceva come insegnava. Sapeva dialogare con i giovani. Era una persona straordinariamente aperta alle esigenze delle nuove generazioni.

– I maestri Abreu e Abbado condividevano un sogno: offrire ai giovani che vivono nei quartieri più umili una opportunità di vita, la possibilità di rincorrere una illusione. Lei ha cominciato a suonare dall’età di 5 anni. La musica come le ha cambiato la vita?

– Ho cominciato a vivere con la musica – precisa –. Non è che la musica sia subentrata nella mia vita in un particolare momento, ha sempre fatto parte della mia esistenza.

Nel pentagramma della vita del maestro Ughi vi sono melodie e note musicali. La sua infanzia e adolescenza si svolgono tra il vibrare delle corde del violino el’armonia degli accordi. Un mondo fantastico costruito dal padre, dagli zii, dalla madre che, come era tradizione nelle famiglie benestanti dell’epoca, suonavano uno strumento, anche se non per professione. Com’egli stesso confessa, restava ammirato, ipnotizzato dalle melodie del violino che il padre, nei momenti di ozio, amava suonare.

– Penso – prosegue – che per i giovani d’oggi, che non hanno veri punti di riferimento, punti di riferimento sicuri, la musica si trasforma in un incentivo straordinario. I valori, oggi sono diminuiti; gli ideali si stanno perdendo ed allora la musica diventa una formidabile maestra di vita. Ciò vale per chi suona per passione e professione ma anche per chi, dopo aver imparato uno strumento musicale, si dedica ad altro. Il ‘Metodo Abreu’, il ‘Metodo Suzuki’ in Giappone, i metodi in Cina… La musica, anche per i bambini che non saranno musicisti, si trasforma in una base di civiltà. Sempre cercheranno la bellezza e il buon gusto. La musica ti forma per tutta la vita.

Sostiene con convinto ottimismo che “difficilmente un ragazzo che studia musica diventerà poi un delinquente”.

– Insomma – lo interrompiamo – lei sostiene che un giovane che ha la passione per la musica, che abbia studiato uno strumento, ha una sensibilità diversa…

– Sì – insiste -. Shakespeare lo scrive nel “Mercante di Venezia”. Scrive che l’uomo che non ha l’orecchio per i dolcissimi suoni e per le bellissime melodie, è incline alla grettezza, alla violenza e al tradimento.

– Quali sacrifici richiede una vita dedicata alla musica?

– Certamente, richiede una gran dedizione – spiega -. Bisogna dedicare gran parte del proprio tempo allo studio. Non si potrà mai dire: “Ho imparato a suonare”. No. Chi smette di studiare lo strumento, al giorno seguente disimpara ciò che ha appreso il giorno precedente.

– E’ quindi una sfida che si ripete quotidianamente…

– Esatto – annuisce –. Paganini ripeteva: “Se un giorno non studio me ne accorgo io. Se non studio due giorni se ne accorgono anche tutti gli altri”. Se si può fare un parallelismo, un musicista è come uno sportivo. Questi si allena sempre, tutti giorni, tutta la vita finché è in attività.

– Quali sono i momenti della sua vita che ricorda con maggior soddisfazione?

Ci guarda negli occhi e sorride. Quindi, spiega:

– I momenti nella vita di un musicista sono tanti.

Lo sono in particolare per un virtuoso che ha avuto la fortuna di incontrare i luminari della musica del 900. Personaggi che, come lui, hanno scritto la storia musicale del secolo scorso. Casals, Enescu, Menuhin, Rubinstein, solo per citarne alcuni, emanavano, come confessa lo stesso Ughi, “un’enorme energia”.

– Erano momenti di grandissima ispirazione – ricorda -. Ho avuto la fortuna di ascoltare le lezioni… di studiare con Casals. Per me è stata una rivelazione, una specie di visione. La percezione di Casals per Bach è stata per me storica. Nessuno gli si è mai avvicinato nello stesso modo. Enescu, che è stato un grandissimo compositore romeno, quando mi parlò di lui mi disse: “Non avevo capito nulla di Bach fin quando ho ascoltato Casals”. Enescu è stato mio maestro ma io avevo 10 anni. Non avevo l’età per capire tutta la sua grandezza.

Ammette d’aver compreso finalmente Bach all’età di 40 anni, dopo aver ascoltato l’interpretazione di Casals. Ci parla di Casals e di Enescu con ammirazione, affetto ed entusiasmo mal celati.

– Casals – prosegue – faceva vivere ogni nota. Dava anche spiegazioni illustrative delle ‘Suites’ di Bach.

– Un consiglio per i giovani?

Torna a sorridere. Poi, con genuina modestia ci dice:

– Non posso dare consigli. Ogni personalità va rispettata. Ogni giovane ha un suo mondo, una sua identità. Posso dare un suggerimento. Viviamo in un mondo difficile. Questa è un’epoca impregnata di tantissime cose… anche negative. Bisogna saper scegliere. La nostra è una scelta continua tra il buono e il cattivo, tra il bello e il brutto, per cui è necessario essere coerenti con se stessi. Non si deve scendere a compromessi pur di fare carriera, pur di avere subito successo. Il peggiore dei tradimenti che si può fare – sottolinea– è tradire se stessi, la propria sensibilità in nome della carriera. (Mauro Bafile/Voce)

 

“Ogni volta una nuova emozione” 

CARACAS – A volte, il delicato e cristallino mormoriodel ruscello, in altri momenti il cupo e vigoroso borbottare del fiume in piena. Il maestro Ughi, attraverso le dolci note del violino, riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni. Sono melodie che seducono e come una carezza incantano gli amanti della musica che ad ogni suo concerto ritrovano sé stessi e si riconciliano con l’universo. Ma quali sentimenti desta nel maestro, nel virtuoso quelle melodie che ci fanno smarrire in un bosco fitto di sensazioni ed emozioni?

– Cerco di fare le cose che sono state scritte dall’autore, dal compositore – spiega Ughi con una semplicità, una modestia, una franchezza che disarmano il giornalista, anche quello avvezzo alla quotidianità dell’informazione.

– Certo, ma è evidente che ad ogni brano imprime la propria personalità…

– Tutto è soggettivo – interrompe accompagnando le sue parole con un lieve gesto della mano -. Non esistono due interpretazioni uguali. Mai. Si cerca, naturalmente di stabilire i tempi, il carattere… Ma ogni volta è un’emozione nuova. E’ una nuova scoperta. Molto dipende dall’acustica della sala, dall’orchestra, dal direttore con cui suono, dal pianista, dallo strumento…

– Come conciliare la sua interpretazione del brano con quella del maestro che dirige l’Orchestra?

– Si possono intraprendere cammini diversi – spiega -. L’importante è che ci sia poi un punto d’incontro. Ci possono essere concezioni diverse anche divergenti. Ma un musicista intelligente, sensibile, capisce che l’interpretazione non è un qualcosa di unilaterale, dogmatico, unico. L’interpretazione è soggettiva. E’ necessario rispettare la sensibilità di chi suona con noi.

Due strumenti d’una qualità artistica che ha un valore inestimabile. Il primo, un violino Guarneri del Gesù del1744. Il suo è un suono caldo dal timbro scuro. Questo violino è forse uno dei più belli creati da Guarneri. Il secondo, invece, è uno Stradivari del 1701. E’ denominato “kautzer” perché appartenuto all’omonimo violinista al quale Bethoveen aveva dedicato la famosa Sonata.

– Lei non ha due violini ma due gioielli… con quali criteri decide di usare uno e non l’altro?

– Ho la fortuna – ammette senza indugi – di avere due strumenti straordinari: uno Stradivari e un Guarneri. Hanno caratteristiche diverse. Lo Stradivari ha un suono più chiaro. Se si può fare un paragone con la voce umana, lo Stradivari è più soprano lirico. Dal canto suo, il Guarneri è più scuro, più profondo… come un baritono. Per certe musiche, per esempio per il romanticismo di Schubert, di Tchaikovski, di Brahms è più adatto il Guarneri. Ha una voce più profonda. Per il classicismo, invece, tipo Mozart, Vivaldi, Paganini è più adatto lo Stradivari perché ha un suono, un colore più chiaro. Se si può fare un paragone con la pittura – afferma per concludere -, lo Stradivari è più vicino ad un quadro rinascimentale italiano. Ad esempio, un Raffaello, un Tiziano. Il Guarneri può essere più un Caravaggio, un Rembrant dalle tinte più pregnanti. Ricorda le opere dei pittori spagnoli, fiamminghi… Magari un Vermeer  o un Velasquez

M.B.

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