Il Festival di Sanremo sempre nel cuore degli italo-venezuelani

 modugno

 

 

 

 

CARACAS –“Volare, oh, oh! Cantare, oh, oh, oh, oh! nel blu, dipinto di blu, felice di stare lassù”“Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va”…“Solo noi, solo noi. Dimmi che tu mi vuoi. Solo noi, solo noi. Il respiro di noi”… “Sono strani amori che fanno crescere e sorridere fra le lacrime, quante pagine lì da scrivere
sogni e lividi da dividere”…
È difficile non cantare mentre si legge.Sono tutti brani che hanno vinto il Festival della canzone italiana di Sanremo e hanno fatto storia.Tradotte, reinterpretate, riproposte, sono canzoni che hanno fatto il giro del mondo. E ci trasportano indietro nel tempo, rispolverano ricordi, risvegliando nostalgie.

Fin dalla sua prima edizione, il Festival di Sanremo ha fatto sognare tanti giovani artisti italiani. Criticato, avversato, detestato ma anche tanto amato. Il Festival di Sanremo resiste il logorio del tempo, anche se gli anni purtroppo non perdonano. Svecchiato e rinnovato, è sempre lì. E l’attenzione del pubblico, con i suoi alti e bassi, resta. Il Festival, anche se con nuove formule e nuove idee, in essenza è sempre lo stesso: competizione tra brani inediti, composti da autori italiani, in lingua italiana ma anche indialetto. Gli interpreti sono poi votati da una giuria o attraverso il televoto.

Gli anni, dicevamo, non perdonano. Neanche i Festival. E così anche quello di Sanremo, nonostante lo sforzo e l’impegno degli organizzatori per mantenere accesa la fiamma dell’interesse, poco a poco va estinguendosi, perdendo lustro. Almeno in Italia. Il calo dell’audience è lento ma progressivo, eccezion fatta per l’appuntamento con la puntata conclusiva.

Ma in Venezuela che cosa ne pensa la Collettività? Quale opinione ha dello spettacolo più longevo della televisione italiana? Lo seguono ancora?

Sotto il sole inclemente dei pomeriggi di febbraio abbiamo incontrato alcuni connazionali nel Centro Italiano- Venezolano di Caracas. Poco a poco il nostro Civ esce dalla solitudine e dal sopore e prende vita contagiato dall’allegria dei giovani soci che vanno riempiendo i campi di calcio, le piscine, le palestre e il parco. I pochi negozi aprono pigramente le porte.

Nell’area riservata al gioco delle bocce, dove di solito non manca mai chi si diletta con una partita a carte o dominò, incontriamo due signori accompagnati da una bella donna, seduti attorno ad uno dei tavolinetti. Il primo a farsi avanti è il signor Luciano Di Rotto. Ricorda con nostalgia la canzone “Non ho l’età”. Cantata da Gigliola Cinquetti nel festival di Sanremo del 1964, fece scalpore per la semplicità dell’interprete, la sua voce infantile e lo sguardo innocente. Il signor Di Rotto afferma che «il festival è cambiato perché ovviamente gli anni non passano invano».

In un altro tavolo, la sempre giovane Marcella Mosca conversa con una delle sue alunne. Con un gran sorriso e una vitalità che tutti gli invidiamo spiega che nel suo ricordo il festival resta «qualcosa di gradevole, specialmente nei primi anni». La canzone che ricorda meglio è  “Lu pisci spada” di Domenico Modugno, «perché rivela sentimenti umani, un amore vero che arriva al sacrificio».

Coincide col signor Di Rotto nel dire che il festival è cambiato. Ma lei si riferisce alle melodie. Infatti, la signora Mosca pensa che oggi ci siano delle canzoni che hanno poco a che fare con la musica e aggiunge:

-Comprendo anche che gli anni passano, i tempi vanno avanti e tutto deve cambiare. Per me, comunque, la melodia e le parole sono importantissime.

Angelo Stanco, arrivato in Venezuela nel 1953, confessa che segue sempre con interesse il festival di Sanremo. E ci assicura che dal “Sanremo” vengono catapultati alla fama i migliori cantanti al mondo.

Di fronte a “Stretto Caffè”, Rosicler Lefante, casalinga di circa 38 anni, è seduta assorta nella lettura di un libro.Alle nostre domande risponde ammettendo che soltanto a volte guarda il festival, ma ricorda gli anni in cui hanno partecipato Eros Ramazzotti e Laura Pausini con “La solitudine” (1993), così come il lavoro di altri artisti italiani dell’epoca.

Negli anni ’70 – ’80 esplode in Venezuela la moda della canzone italiana. E artisti come Nicola Di Bari, Toto Cotugno, Raffaella Carrà, Mina, Eros Ramazzotti, Al Bano e Romina, Riccardo Coccianti diventano parte della cultura musicale dei giovani. In America Latina, contribuiscono alla diffusione delle melodie del Belpaese le versioni di noti cantanti messicani, venezuelani, argentini o brasiliani. Ad esempio, canzoni come “Maledetta Primavera” (scritta da Amerigo Paolo Cassella e cantata da Loretta Goggi) e “Questo amore non si tocca” (cantata da Gianni Bella) sono reinterpretate in spagnolo dalla cantante messicana Yuri. Ricardo Montaner, applaudito cantautore venezuelano, fa altrettano con “Per noi innamorati” di Gianni Togni.

Rosicler Lefante, dopo una pausa riflessiva, commenta che non crede che il festival sia cambiato con il tempo.

A pochi metri da Lefante, incontriamo Francisco Colucci. Aiuta la figliola con i compiti. Colucci confessa con estrema franchezza di non seguire Sanremo. Nonostante dice:

– La canzone italiana mi piace tanto. Eros Ramazzotti, Jovanotti e Zucchero sono tra i miei cantanti preferiti.

La nostra inchiesta non sarebbe completa senza l’opinione dei più giovani. Anche a loro rivolgiamo le stesse domande. Ci avviciniamo a due 14enni che parlano tra loro, Camila Ruíz e Aurora Romana. Camila, un po’ nervosa e timida, ci dice con la spontaneità della sua giovane età:

-Non ho mai guardato Sanremo, ma so che esiste il festival. Mi piace la musica italiana. Laura Pausini è una delle mie preferite.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Aurora, che invece preferisce la musica dei ragazzi di “Il Volo”.

C’incamminiamo, seguendo il percorso obbligato scolpito tra le aiuole, verso il campo di calcio. Incontriamo un gruppo di ragazzi tra i 15 e i 16 anni che affermano di non conoscere lo spettacolo televisivo. Enrico Ciccinelli però aggiunge con simpatia:

-Mi piace moltissimo la musica di Zero Assoluto. Sono davvero geniali!

Diego García Annunziato, disegnatore grafico e illustratore, che da piccolo seguiva il festival della canzone italiana perché la madre non se lo perdeva mai, asserisce:

-Lei lo segue sempre con passione. Io invece non lo guardo più, anche se amo la canzone italiana. Sono un grande ammiratore della musica di Claudio Baglioni e di Umberto Tozzi.

Al di là delle differenze negli interessi musicali e nell’età che costituiscono, come sempre, un abisso tra generazioni, nella nostra Collettività, è evidente che le radici culturali non sono state abbandonate. E’ normale che la globalizzazione porti i giovani ad interessarsi di artisti più o meno “commerciali”, che si ascoltano con frequenza e sempre con piacere a casa di un amico oppure per radio. E’ anche vero che la globalizzazione ha mandato in frantumi le barriere culturali e della lingua facendoci apprezzare di più la canzone francese, spagnola, inglese e di altri paesi ed anche le più diverse tendenze, dalla romantica al blues, dal jazz al rock, dalla salsa al hip-hop, tutte manifestazioni di epoche, mode e umori diversi. Ma la verità è che, anche così, il festival di Sanremo, se pur un po’ sbiadito dagli anni,continua a dare un grandissimo e prezioso contributo alla musica. E non solo a quella italiana. Nonostante i suoi 64 anni, il Festival di Sanremo è sempre assai seguito dagli italiani all’estero. Per i pionieri è un modo come un altro per rinverdire ricordi; per i più giovani, per mantenere il rapporto con la Cultura Italiana e le proprie radici. (Yessica Navarro e Arianna Pagano/Voce)

 

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