Venezuela: “Colpo di Stato” e cospirazioni sempre in primo piano

altomando

CARACAS – Improvviso, inatteso. Ma forse, anzi certamente, non è stato un fulmine a ciel sereno. Quello del colpo di Stato, in Venezuela, è un argomento del quale si parla sovente. E’ un tema di distrazione, per alcuni, e di polemica, per altri. Sicuramente di analisi e di dibattiti, più o meno profondi, nei salotti intellettuali. E di analisi nei laboratori universitari e negli istituti di ricerca.

Fatta qualche eccezione, che sempre ve ne sono, si ha la convinzione che le scorciatoie in politica e in economia non siano mai le migliori soluzioni. Specialmente quando potrebbero contemplare l’interruzione dell’esperienza democratica. La deriva autoritaria solo trae difficoltà: repressione, censura per gli organi di stampa indipendenti, nessuna libertà di espressione e, dulcis in fundo, l’isolamento internazionale. Le democrazie, oggi, creano i propri anticorpi e generano meccanismi per la transizione del potere. Sono processi che hanno bisogno del loro tempo ma che evitano traumi nella società.

Nel 1992, con il tentativo di colpo di Stato promosso dall’estinto presidente Chàvez, emersero con estrema chiarezza le debolezze del sistema democratico nazionale. Debolezze create dal bipolarismo e, soprattutto, dai partiti dello “status” che  non se ne resero conto o cercarono di nasconderle. Il presidente Carlos Andrès Pèrez, a cui toccò affrontare lo squilibrio politico-istituzionale creatosi all’indomani del  Putsch, cercò di promuovere una svolta economica. Forse bisognava applicare il suo piano di crescita, ispirato ai dettami dell’ortodossia economica, con maggiore gradualità; forse vennero a mancare i necessari ammortizzatori che avrebbero permesso alle popolazioni più umili di non soffrire le conseguenze di decisioni severe; forse non si riuscì a comunicare con l’elettorato; certamente, agli sviluppi degli avvenimenti che seguirono, incise la cecità dei partiti, più preoccupati del costo politico dei provvedimenti impopolari ma necessari che degli interessi del Paese. La politica è fatta di equilibri in costante movimento. E furono quegli equilibri, erroneamente interpretati da Acciòn Democratica e Copei, prima, e dal “chiripero” di Convergencia, poi, a determinare l’ascesa al potere di Hugo Chàvez. Ascesa avvenuta seguendo le regole imposte dalla “quarta Repubblica”. E’ giusto riconoscerlo.

Rielezione indefinita sì, rielezione indefinita no. Non entriamo nel merito se sia giusta o no, se opportuna o meno. Certo, al non esserci limiti, si potrebbero incoraggiare governi, con vocazione autoritaria, a cercare scorciatoie o a sconvolgere la Costituzione per mantenersi saldi al potere. Ma potrebbero anche assicurare la continuità amministrativa indispensabile per portare a termine le riforme ed evitare l’interruzione dei progetti iniziati. Comunque, come detto con estrema chiarezza e lucidità da Enrique Tejera Parìs alla rivista online “Viceversa”, “le dittature si mantengono al potere fin quando hanno denaro”. Le crisi economiche, quindi, rappresentano un campanello d’allarme e determinano trasformazioni ed evoluzioni.

Il presidente Maduro, nei giorni scorsi, ha denunciato l’esistenza di una cospirazione orientata a interrompere il processo democratico che vive il Paese. E’ l’ennesima denuncia di complotti. E per l’ennesima volta il governo degli Stati uniti è chiamato in causa. Anche in questa occasione, il capo di Stato  ha segnalato la complicità di leader dell’opposizione. I nomi, quelli di sempre.

Come sostiene Clodosvaldo Hernàndez nel suo articolo di domenica scorsa sul quotidiano El Universal, sicuramente ci sarà chi crederà cecamente alle parole del presidente Maduro e chi al contrario rispedirà ogni accusa al mittente. C’è sempre chi crederà, senza necesità di prove, e chi, invece, non lo farà mai, pur in presenza di prove indiscutibili. A volte, in politica la razionalità è sostituita dalla fede ceca. Comunque sia, la denuncia del capo dello Stato ha provocato reazioni opposte e contradditorie. I “chavistas”, com’è logico che fosse, si sono stretti attorno al loro presidente; i simpatizzanti dell’Opposizione, hanno immediatamente espresso solidarietà ai loro leader.

La Mud ha sottolineato che nessuno dei suoi leader complotta e che la sfida che portano avanti tutti è quella della conquista del potere attraverso i meccanismi stabiliti dalla Costituzione, come vuole ogni democrazia. Si è quindi smarcata da coloro che pensano ad una soluzione militare. Dal canto suo, il Dipartimento di Stato nordamericano ha considerato ridicole le accuse mosse al governo del presidente Obama e rimarcato che gli Stati Uniti non sostengono soluzioni fuori dall’alternanza normale in una democrazia.

Il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lòpez, e tutto lo Stato Maggiore delle Forze Armate, col braccio sinistro in alto e il pugno chiuso, hanno assicurato lealtà al presidente della Repubblica democraticamente eletto.

Mentre il clima politico è in ebollizione, nell’ambito economico il nuovo sistema di controllo dei cambi continua a destare dubbi e perplessità. Ovviamente, tutti attendono saperne di più e, soprattutto, osservarne il comportamento una volta entrato definitivamente in funzione. Tra gli aspetti che destano preoccupazione c’è la necessità di reperire la valuta indispensabile per oliare gli ingranaggi del sistema in un ambiente di ristrettezze provocate dalla caduta del prezzo del greggio.

Il governo del presidente Maduro, con l’approvazione del nuovo sistema di controllo dei cambi, riconosce la necessità di un mercato libero – ma col controllo delle autorità monetarie – nel quale permettere che offerta e domanda s’incontrino per creare un proprio equilibrio. Non è un mercato completamente libero ma, date le attuali circostanze, l’apertura del governo è senz’altro positiva. E’ comprendibile che questi comunque non si limiti ad essere un semplice spettatore come non lo sono, d’altronde, quelli di qualunque paese europeo o degli stessi Stati Uniti. (Mauro Bafile/Voce)

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