Papa: i copti decapitati dall’Isis solo perché cristiani

Pubblicato il 16 febbraio 2015 da redazione

Funeral after mass execution of 21 Egyptian Christians in Libya

CITTA’ DEL VATICANO. – “Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida, siano cattolici, ortodossi, copti, luterani, non interessa, il sangue è lo stesso”. “I martiri sono di tutti i cristiani”. La decapitazione dei 21 egiziani copti ortodossi documentata in un video dall’Isis ha colpito papa Francesco che alla fine della udienza al moderatore della Chiesa di Scozia (Riformata) John Chalmers fa ricorso allo spagnolo per esprimere un “profondo e triste sentimento” di dolore. Nel pomeriggio, poi, il Papa ha telefonato al patriarca della Chiesa copta ortodossa, Tawadros II, per manifestare la sua profonda partecipazione al dolore della Chiesa copta per la strage compiuta dai fondamentalisti islamici. Francesco, ha riferito padre Federico Lombardi, ha assicurato la sua preghiera e anche domani, giorno della celebrazione dei funerali delle vittime, si unirà spiritualmente alle preghiere e al dolore della Chiesa copta nella celebrazione della messa mattutina. Alle parole di papa Francesco per i copti assassinati ha fatto eco il segretario del patriarcato cattolico, Hani Bakhoum Kiroulos: “questa terribile tragedia – ha detto – sta unendo tutto il Paese, cristiani e musulmani, se puntavano a dividerci il loro progetto è fallito”. La decapitazione degli egiziani copti, rimarca, è stata decisamente e immediatamente condannata anche dalla università di Al Azhar, il massimo centro dell’islam sunnita. “E anche la fulminea operazione militare dell’aviazione egiziana contro le basi dello Stato Islamico in Libia – prosegue Kiroulos – mostra che per il governo i cittadini egiziani sono tutti uguali, e che l’Egitto si sente colpito come nazione dal delirio sanguinario dei terroristi”. La sintonia a distanza tra il Papa e i cattolici da una parte e Al Azhar dall’altra fa pensare a quando invece, nel 2011, il grande imam di Al Azhar, sceicco Ahmed El Tyeb, definì un “intervento inaccettabile negli affari dell’Egitto” le parole di Benedetto XVI che condannava l’esplosione di una autobomba vicino a una chiesa gremita per la messa, che uccise alcune decine di copti, anche allora ortodossi. Tutto è cambiato dal 2011 sia in Egitto, che in Medio oriente, che tra loro e la Chiesa di Roma. Comunque sia la comune condanna e sintonia è un segno ovviamente collegato all’avanzata dell’Isis. “Stiamo passando – ha commentato ad AsiaNews l’islamologo Samir Khalil Samir – da un evento islam-islam a un progetto più largo, verso l’Europa, pur senza dimenticare l’occupazione del Medio Oriente e il califfato”. “Citare l’Italia, dicendo che ‘siamo a sud di Roma’ – commenta Samir – è un passo strategico: l’Italia è la nazione europea più vicina alla Libia (oltre Malta). Penso che l’Europa saprà difendersi, ma il turbinio e i messaggi che l’Isis lancia creeranno difficoltà per decenni: si trovano sempre individui pronti a farsi saltare. E’ una situazione molto più grave di qualche anno fa”. “Vera e l’unica soluzione – per padre Samir – è nel ripensare l’Islam in funzione del mondo odierno. Ripensare la sharia in funzione della cultura dell’uomo moderno e della Carta universale dell’Uomo, senza cadere nel libertinismo e nel secolarismo occidentali. Questa è la rivoluzione culturale e religiosa che molti musulmani desiderano e tentano di fare, ma non sono sostenuti dai religiosi che decidono delle interpretazioni del Corano e della sharia. Di recente, il 28 dicembre scorso, – ricorda – il presidente egiziano, il generale Al-Sisi, ha chiesto agli imam dell’Università islamica più famosa del mondo, Al-Azhar, di fare ‘una rivoluzione religiosa’, e intendeva questo”. Intanto il vicario apostolico di Tripoli Giovanni Martinelli, rimasto in Libia mentre tutti gli italiani sono fuggiti, rileva che da parte del governo italiano, che l’Isis considera di “crociati”, “forse è mancato un certo dialogo con la Libia e con l’islam in particolare”. “Io ho la speranza – dice mons. Martinelli – che se c’è qualcuno che ha voglia di spendersi per questo popolo, che si faccia avanti: fate in modo che possiamo ritornare a una vita normale, a un dialogo fraterno tra civiltà. Non è facile, questo, adesso: non è facile. Però, penso che sia l’unica strada per rendere possibile questo incontro”. (giovanna.chirri@ansa.it)

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