Grecia, default o Grexit: i possibili scenari se rompe con l’Ue

Pubblicato il 18 febbraio 2015 da redazione

Schaeuble, dipende solo da Grecia se resta nell'euro

ROMA. – Le trattative fra la Grecia e l’Eurogruppo minacciano di saltare definitivamente in 48 ore, ma la storia degli anni recenti ha insegnato che è spesso sugli accordi all’ultimo minuto che l’Europa riesce a dare il meglio di sé. Ma ora che fra Atene e i partner cominciano a volare persino accuse personali, e che entrambe le parti si dicono inamovibili dalle proprie posizioni, val la pena di ragionare su quali scenari si aprano per la Grecia nel caso in cui saltasse effettivamente la trattativa. Tenendo a mente che, ferma restando la scadenza fissata dall’Eurogruppo per venerdì, Atene è ancora all’interno di un programma di assistenza ufficialmente fino al 28 febbraio. Con la Bce che pare intenzionata a non staccare la spina alle banche greche al consiglio direttivo di oggi, ciò vuol dire che Tsipras e Bruxelles hanno ancora in teoria un paio di settimane di ossigeno. La prima conseguenza di una rottura definitiva rischia di passare in primo luogo per il sistema bancario. Dopo che la Bce ha tagliato fuori gli istituti greci dai rifinanziamenti diretti, le banche elleniche sono appese ai prestiti d’emergenza che ricevono dalla banca centrale greca in cambio di garanzie in titoli di Stato. La fuga dei correntisti dalle banche, già in corso da settimane, accelererebbe a dismisura nel caso di una rottura, sul timore di un’uscita dall’euro e di una ridenominazione futura dei depositi in altra valuta. La Bce si troverebbe di fronte al bivio se tappare la falla di liquidità dei depositi, che a dicembre ammontavano a 244 miliardi, agendo da prestatore di ultima istanza. Oppure chiudere anche questa fonte di finanziamento, chiamata ‘ELA’, decretando il probabile fallimento di una serie di istituti di credito. La decisione della Bce dipenderebbe dalle prospettive di un accordo futuro e di permanenza della Grecia nell’euro, tenendo presente che l’ELA non è né eterno né illimitato. Come spiega Guntram Wolff del think tank Bruegel, la chiusura dei rubinetti sarebbe inevitabile se la Bce si rendesse conto di “un’uscita certa” della Grecia dall’euro, che renderebbe gli istituti di credito ellenici semplicemente insolventi. Per fermare la fuga dalle banche e cercare di restare nell’euro, la Grecia potrebbe imporre restrizioni ai movimenti di capitali. Ma dovrebbe passare per un’autorizzazione della Commissione europea che, di fronte al muro contro muro, non è affatto scontata. Non ci sono solo le banche a mettere l’esecutivo Tsipras di fronte al baratro. In assenza di un nuovo prestito, la Grecia diventerebbe probabilmente insolvente di fronte alle scadenze in arrivo: già il 24 febbraio 595 milioni di bond da rimborsare, agli inizi di marzo prestiti del Fmi per oltre un miliardo. Sarebbe la decretazione di un default vero e proprio esteso ai creditori privati, non una ristrutturazione pilotata come in precedenza. Per la Grecia vorrebbe dire essere tagliata fuori dai mercati internazionali senza l’ombrello protettivo della Ue e della Bce. L’uscita dall’euro sarebbe praticamente inevitabile per un Paese costretto, semplicemente per pagare le pensioni, a far funzionare la macchina pubblica, acquistare petrolio o medicinali, ad emettere nuova moneta. Si parla di un piano B di Atene per restare nell’euro e fare da spina nel fianco dell’Unione, attraverso l’emissione di una sorta di pagherò (chiamato IOU, I owe you) denominati in euro: una specie di valuta parallela. Che difficilmente, però, avrebbe successo di fronte a una probabile svalutazione massiccia, alla necessità di ricapitalizzare le banche e alla posizione della Bce, probabilmente costretta a revocarne le licenze. Resta la sopravvivenza, ed eventuale la permanenza nell’euro, attraverso finanziamenti esterni. Si parla della Russia, con cui Atene ha in corso colloqui, anche se non è chiaro se Mosca sarebbe davvero pronta a prestare decine di miliardi. Pechino, per contro, ha chiarito di essere essenzialmente interessata alle privatizzazioni. Washington, per il momento, resta alla finestra, non certo indifferente alle sorti di un Paese che fa pur sempre parte della Nato. (di Domenico Conti/ANSA)

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