Paesi emergenti, da gregari a “competitor”

Pubblicato il 23 febbraio 2015 da redazione

come cambia il mondo

ROMA – Quale ruolo svolgono i paesi in via di sviluppo nel mantenimento degli equilibri geopolitici attuali? L’Unione europea può considerarsi protagonista o semplice comparsa? Infine, quali scenari si possono disegnare, all’interno di quella che viene definita dal Santo Padre come una terza guerra mondiale a capitoli?

A queste e a tante altre domande hanno cercato di dare una risposta esperti e politici italiani, a “Come cambia il mondo”, convegno organizzato sabato scorso a Roma, dal Gruppo parlamentare del partito Democratico alla Camera dei Deputati.

«I paesi in via di sviluppo erano considerati gregari degli Stati Uniti, potenza catalizzatrice nell’area Atlantica, affiancata dall’Onu, mentre gli attori regionali avevano il compito di tenere insieme il sistema. Ma dal 2000 al 2010 i paesi-amici diventano competitor, perché non sono più deboli economicamente come in passato», spiega Paolo Magri, vicepresidente dell’ Istituto per gli studi e la politica internazionale.

Se il primo mutamento dell’ordine mondiale è avvenuto nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, quando si è passati da un mondo diviso in due grandi blocchi di influenza a un nuovo paradigma multilaterale, è la crescita economica dei paesi emergenti ad aver alterato in modo notevole il sistema geopolitico.

Così secondo i dati forniti dall’Ispi, i cosiddetti Brics (Nda acronimo che identifica Brasile, Russia, India Cina e Sud Africa, paesi caratterizzati da una forte crescita del prodotto interno lordo e della quota del commercio mondiale) fra pochi anni produrranno il 47 per cento della ricchezza globale. E non va dimenticato il bilancio militare: se attualmente gli Stati Uniti sono il primo Paese al mondo per gli investimenti nel settore della difesa, entro il 2030 la Cina potrebbe essere protagonista di un sorpasso in questo capitolo della spesa pubblica.

E per quanto riguarda il Brasile?

«Mentre i Paesi europei chiudono le loro ambasciate negli Stati considerati ad alto rischio, il Brasile ne apre di nuove, tanto che in poco tempo potrebbe raggiungere la Gran Bretagna per numero di sedi diplomatiche aperte nel mondo. Se noi tagliamo la spesa per la cooperazione, Brasile e altri la aumentano», chiarisce Magri.

Il 2015 è infatti un anno cruciale per la cooperazione internazionale. E’ maturo il dibattito su due agende del panorama mondiale: quella sugli Obiettivi del Millennio, che ha impegnato le Nazioni Unite e altri oganismi internazionali per la riduzione – entro questo anno – di povertà, fame e disuguaglianze sociali. E quella sulla legge italiana del 2014, che riforma la cooperazione allo sviluppo.

«Ma ci sono dei condizionamenti esterni che vincolano la cooperazione –  secondo José Luis Rhi Sausi, del Consiglio di presidenza del Cespi (Nda Centro studi politica internazionale) – come considerare, in modo errato, che la povertà non riguardi i paesi più ricchi. Il Papa dimostra di capire questo problema meglio dell’Onu, quando nel messaggio inviato all’Expo, dice che bisogna attaccare le iniquità», aggiunge Sausi.

E come reagisce l’Italia a queste sfide? Se in passato la cooperazione era considerata uno strumento di serie B, relegata alle organizzazioni non governative, oggi, grazie alla riforma in vigore, anche le imprese private sono ritenute indispensabili in questo ambito. «La difficoltà ora è tradurre la teoria in pratica».

Il nostro Paese ha molto da dare. «Elementi come l’approccio territoriale nello sviluppo dell’agroalimentare, la cultura artigianale, la lotta contro il cambiamento climatico sono valori forti in questo Paese. Se da parte dell’America Latina c’è richiesta di Italia, l’impressione è che l’Italia non lo sappia», aggiunge.

Nel frattempo, Europa e Occidente sono focalizzati sui due maggiori focolai di guerra, nei confini orientali, in Ucraina, e nel Sud-Est del Mediterraneo, ma secondo i dati forniti da Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Fundation, è la mafia il maggior pericolo per la sicurezza globale. Il traffico di armi e droga che generano le mafie coinvolge anche l’America Latina, teatro in Colombia, dell’unico gruppo terroristico, le Farc, ma che si sta notevolmente indebolendo. Al contrario il narcotraffico in Messico, Paese nel quale molte aziende italiane hanno investito, è causa ogni anno di migliaia di morti. Un problema che l’Italia e Europa stanno sottovalutando; impegnate in queste ultime ore a scongiurare un intervento militare in Libia. «L’Occidente è molto bravo ad abbattere i dittatori […], ma sui cadaveri non si costruisce nulla. La guerra non si vince con i droni», afferma Emma Bonino, già commissaria Ue ed ex ministro degli Esteri italiano.

«Noi esperti avevamo avvertito tempo fa del pericolo che avrebbe portato con sé la frammentazione dello Stato libico. Solo Gheddafi era riuscito a contenere le diverse etnie presenti, ma con la sua morte i problemi sono riesplosi», chiosa il professore Khaled Fuad Alllam, docente in sociologia del mondo musulmano all’Università di Trieste.

L’assenza di una disegno a lungo termine nella lotta al terrorismo da parte dell’ Occidente spaventa i Paesi islamici moderati, così come la mancanza di una leadership in politica estera rende più debole l’Europa. Emma Bonino ha le idee chiare:

«Il problema non è se Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue per la politica estera e per la sicurezza, fosse assente al vertice di Minsk per la pace in Ucraina. Il problema è che mancava Matteo Renzi».

«Stiamo assistendo  in politica estera a un processo di ri-nazionalizzazione, qualcuno dice che è l’ultimo capriccio dello Stato-nazione. L’Italia deve fare una scelta di campo: se affidare la politica estera all’Alto Rappresentante Ue, e in tal caso, capire come può contribuire a sostenerla».

E’ urgente che tutti gli attori internazionali pianifichino una strategia chiara e condivisa. Stamattina il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha informato le Camere sulla questione libica. Una partita fondamentale, per l’Europa e l’Occidente, per riacquisire quella credibilità perduta e, che il resto del mondo ci chiede, per il mantenimento della pace e della sicurezza. (Laura Polverari/Voce)

 

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