Terrorismo: rischi più accentuati per l’Italia

Pubblicato il 25 febbraio 2015 da redazione

Charlie Hebdo: presidio carabinieri obiettivi sensibili

ROMA. – Un rischio “potenziale”, ma molto “più accentuato rispetto al passato”: il capo della Polizia Alessandro Pansa conferma che i pericoli per il nostro paese sono seri, pur non essendoci al momento elementi concreti di possibili attacchi in Italia. L’analisi del prefetto parte dalla constatazione che i teatri di guerra sono “molto più vicini all’Italia”, come dimostra la situazione esplosiva in Libia. Ma non solo: c’è Al Nusra in Siria, “che forse è più pericolosa di Is”, e Boko Haram. “Facciamo finta che non esiste – sottolinea Pansa – ma in realtà sono in Niger, stanno arrivando al confine sud dell’Europa e non sappiamo dove potranno arrivare”. A questo elemento va aggiunto poi il fenomeno del reducismo: perché se le ultime analisi confermano che c’è stata una “decrescita” del numero dei combattenti che dall’Europa hanno raggiunto Siria e Iraq, le informazioni d’intelligence dicono che molti di quelli che erano partiti stanno tornando. Anche in Italia. Dei 60 censiti – 5 di origine italiana, 2 naturalizzati e gli altri con legami di lungo periodo con l’Italia – “un numero esiguo è rientrato”, mentre in Europa sono “alcune centinaia”. “Soggetti pericolosi – ammette il capo della Polizia – ma l’attenzione nei loro confronti è massima e oggi abbiamo gli strumenti normativi per controllarli in maniera adeguata”. L’altro fattore di preoccupazione, forse ancora maggiore dei foreign fighters, è rappresentato dai lupi solitari. Lo dice Pansa in Parlamento e lo conferma il direttore del Dis Giampiero Massolo al Copasir. La propaganda via web del network jihadista ha radicalizzato centinaia di giovani europei; soggetti che potrebbero entrare in azione senza alcun preavviso, come già accaduto in Francia e Danimarca, e nei confronti dei quali la prevenzione può far poco o nulla, perché non hanno contatti con strutture organizzate né si muovono in circuiti conosciuti. “Forse – sostiene Pansa – è più pericoloso chi si addestra su internet, costruisce un ordigno che poi scoppia quando non dovrebbe oppure decide di lanciarsi con un auto verso i cittadini, perché è più difficile da trovare rispetto a chi si addestra sul campo, che impara a sparare in maniera più efficace ma è anche più facile da individuare”. Quanto alla possibilità che terroristi si infiltrino tra i migranti, Pansa ripete quel che da tempo sottolineano tutte le autorità di sicurezza: “non risulta” alcun collegamento di questo tipo anche se “non è pensabile a priori che questo si possa escludere”. Molto più plausibile, invece, che i terroristi tentino di sfruttare il traffico di esseri umani: “non si può escludere e, anzi, è assai probabile che le organizzazioni siano entrate almeno in parte” nel business. In particolare in Libia, “dove ci sono decine di milizie armate in lotta e gruppi terroristici che si combattono tra loro”. Di fronte ai rischi, però, l’Italia non è all’anno zero. E il nuovo decreto antiterrorismo, sottolinea il capo della Polizia, ha dato agli investigatori quegli strumenti normativi per affrontare un fenomeno che è molto cambiato rispetto al passato. La possibilità di applicare ai presunti terroristi le misure di prevenzione personale utilizzate per i mafiosi, ad esempio, sono un elemento “indispensabile” per chi fa le indagini. Perché quando “i loro comportamenti non sono ancora da sanzione penale, è necessario che vengano adottate nei loro confronti delle misure personali, per controllarli al meglio”. Il testo va comunque migliorato, sottolineano il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti e il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Vanno ad esempio rese più chiare alcune dizioni “troppo generiche”, fa notare Pignatone, perché “la vaghezza della formula è estremamente delicata” per chi deve esercitare l’azione penale. E va chiarito il ruolo del procuratore nazionale. “In materia di coordinamento – dice Roberti – il procuratore nazionale ha poteri minimi. Non può far niente, non può coordinare le forze di polizia e non ne dispone. E’ una scelta che fa la fine della montagna che partorisce il topolino”.

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