La disoccupazione scende ancora, ma per Renzi non basta

Pubblicato il 02 marzo 2015 da redazione

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ROMA. – La disoccupazione scende ancora a gennaio, per il secondo mese consecutivo. Per il mercato del lavoro è forse troppo presto per parlare di una ripresa netta ed inequivocabile, ma tra fine 2014 e inizio 2015 un segnale di miglioramento sembra esserci stato, tale da far pensare che il peggio sia ormai alle spalle. Quel 13% di disoccupati toccato a ottobre e novembre, un dato da far tremare i polsi se abbinato all’oltre 43% di disoccupazione giovanile dei mesi estivi, sembra ormai archiviato. Nel 2014 la disoccupazione ha toccato comunque livelli record, mai visti da quasi 40 anni, ma a gennaio, il tasso è sceso al 12,6% dopo il 12,7% di dicembre e nella fascia tra i 15 e i 24 anni si è arrivati al 41,2%, il minino da agosto 2013. Anche l’occupazione è cresciuta, in modo quasi impercettibile rispetto a dicembre (+11 mila posti), ma in aumento dello 0,6% rispetto a gennaio dell’anno scorso. La percentuale equivale a 131.000 occupati in più, un numero che, secondo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è sicuramente positivo, ma “non basta”, come ribadisce anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Bene. Ma aspettiamo dati sempre migliori”. L’impegno del governo per il mondo del lavoro si vede per il momento infatti solo a metà. Secondo lo stesso Renzi di strada ne resta ancora da fare, accelerando sui prossimi provvedimenti: piano per la banda larga, scuola e, in realtà, anche entrata in vigore vera e propria del Jobs act che, per il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, potrebbe portare nel 2015 a 150 mila posti in più. Se infatti sull’aumento dell’occupazione di dicembre può aver influito il boom delle partite Iva (+76.000), scatenato dagli autonomi per evitare di incappare nel nuovo regime 2015, a gennaio, sono entrate in vigore due misure contenute nella legge di stabilità. La prima è la decontribuzione per 3 anni delle nuove assunzioni a tempo indeterminato, la seconda è la deducibilità del costo del lavoro (sugli occupati dipendenti a tempo pieno) dalla base imponibile Irap. Un primo impatto potrebbe quindi già esserci stato, ma il pieno effetto di entrambe si vedrà solo quando il contratto a tutele crescenti entrerà – a giorni – in vigore. Il pacchetto di misure dovrebbe portare complessivamente ad un aumento dell’occupazione stabile che, al momento, ancora non si vede. Guardando sia al quarto trimestre 2014 che all’intero anno appena trascorso, si nota infatti che la ripresa in corso per l’occupazione riguarda soprattutto occupati a tempo determinato e part-time involontario (cioè non richiesto dal lavoratore ma imposto dal datore di lavoro), mentre i lavoratori “tipici”, quelli che renderebbero più credibile la svolta, risultano ancora in calo. Le tipologie di contratto possono del resto spiegare anche l’aumento dell’occupazione tra le donne, solitamente destinatarie di gran parte dei contratti part-time, volontario o involontario. Seppur tra luci ed ombre, dal mercato del lavoro arrivano comunque segnali positivi per l’inizio dell’anno che l’Istat deve ancora misurare sul fronte puramente economico. L’Istituto di statistica ha infatti certificato oggi lo stato dell’economia e dei conti pubblici fermo al 2014. Il Pil, come già annunciato, è sceso dello 0,4% nel corso dell’anno, portandosi sotto il livello del 2000, ma riducendo la caduta rispetto al -2,8% del 2012 e al -1,7% del 2012. A pesare sul calo è stato il crollo degli investimenti (-3,3%), sommato alla contrazione della spesa della pubblica amministrazione (-0,9%). Flessioni che la leggera ripresa dei consumi delle famiglie residenti (+0,3%) e la spinta dell’export non sono riuscite a controbilanciare. Il calo del Pil ha pesato anche sul deficit e sul debito. Il primo si è fermato sulla soglia del 3%, così come previsto dal governo, mentre il secondo è arrivato al 132,1%, livello mai visto dal ’95 e stavolta superiore alle stime del Def. Anche per la pressione fiscale le notizie non sono buone: nel 2014 il peso del fisco è infatti tornato a salire, toccando il 43,5%. In realtà, precisa il Ministero dell’Economia, da maggio a questa parte il cuneo fiscale si è ridotto grazie agli 80 euro in busta paga. Calcolandoli come effettivo taglio dell’Irpef e non come spesa sociale, come cioè li calcola l’Istat in base ai metodi di contabilità nazionale a livello europeo, la pressione fiscale è scesa al 43,1%. Buone notizie arrivano anche sul fronte del fabbisogno: nei primi due mesi del 2015 si è ridotto a 3,8 miliardi di euro, con un calo di 9,5 miliardi rispetto allo stesso bimestre del 2014, soprattutto a causa dei minori interessi sul debito pubblico.
(di Mila Onder/ANSA)

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