Mostre: Arabesque, tra segno e colore l’incanto di Matisse

Pubblicato il 04 marzo 2015 da redazione

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ROMA. – Arabesco, grafismo millenario, capace di trasfigurare mondi e suggestioni in una pittura rivoluzionaria e dirompente, mai vista prima: è su questa fascinazione che gira la grande mostra dedicata al genio di Henri Matisse, allestita fino al 21 giugno alle Scuderie del Quirinale. Esposti circa 100 capolavori, tra cui i dipinti e i disegni di uno dei padri delle avanguardie storiche, affiancate in un dialogo puntuale con magnifici oggetti d’arte, stampe, tessuti, testimonianze delle culture e antiche civiltà che influenzarono l’arte di Matisse. Con il titolo ‘Matisse. Arabesque’, la rassegna co-prodotta dall’Azienda Speciale Palaexpo e da MondoMostre (e costata circa due milioni di euro) presenta una selezione eccezionale di opere, gelosamente custodite nelle collezioni pubbliche e private più importanti del mondo, che però hanno consentito al prestito di fronte al progetto scientifico della curatrice Ester Coen. ”E’ stato un lavoro di anni, molto faticoso”, ha detto la Coen, soddisfatta di vedere come quelle opere insieme riescano ora a documentare un processo fondamentale nello sviluppo del linguaggio espressivo di Matisse. La fascinazione per l’Oriente dell’artista francese, ha aggiunto il segretario della Commissione scientifica Matteo Lafranconi, ”va al di là del dato geografico. E’ la scoperta di nuovi modelli figurativi”, grazie ai quali approda a una nuova sintesi. L”Arabesque’ è quindi inteso quale filo conduttore della produzione dell’artista, che da questo motivo antichissimo fa scaturire linea, segno, colore. Con esso ”ricrea spazi nuovi” che sulla tela da un lato rimandano a magici luoghi d’Oriente, dall’altro concretizzano l’idea di una pittura che si fa emozione. E suggeriscono un vero e proprio spazio plastico, un nuovo respiro alle composizioni, liberandolo dalle costrizioni formali, dalla necessità della prospettiva e della somiglianza. Del resto, Matisse ne era consapevole fino in fondo. ”L’arte moderna è un’arte di invenzione – diceva nel 1952 – parte come slancio del cuore. Per la sua stessa essenza, dunque, è più vicina alle arti arcaiche e primitive che all’arte del Rinascimento”. La scoperta delle culture dell’Africa Centrale e settentrionale, del Medio Oriente, della Cina, ma soprattutto del Giappone, che tanto lo influenzarono, sono presenti in mostra con opere anch’esse eccezionali, dalle ceramiche turche alle stoffe marocchine ai kimono del sol levante. Davanti ai delicati grafismi nipponici, in un dialogo sorprendente, ecco ‘Ramo di pruno, sfondo verde’ (1948) proveniente dalla Pinacoteca Agnelli, che ha prestato anche ‘Edera in fiore’ e ‘Interno con Fonografo’. E se il ‘Ritratto di Yvonne Landsberg’ (1914), per la prima volta in Italia (dal Museo di Filadelfia), rimanda alle fascinazioni africane che invadevano Parigi, i capolavori provenienti dal Puskin e dall’Ermitage (come ‘Zorah sulla terrazza’, ‘Rifano in piedi’, ‘Angolo di studio’) raccontano l’esotismo delle culture islamiche. Splendidi i disegni, in cui l’arabesco torna nel gioco della figura, nonché nel tema dell’albero in tutte le sue varianti, ed esplode nelle celebri odalische (‘Odalisca blu’, ‘Due modelle che si riposano’, ‘Paravento moresco’) fino ai ‘Pesci rossi’, capolavoro che torna dopo anni in una mostra italiana, e che chiude il percorso. (di Nicoletta Castagni/ANSA)

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