Al via le riforme alla Camera, Berlusconi voterà contro

Pubblicato il 09 marzo 2015 da redazione

Berlusconi, con Renzi speravamo fine guerra civile

ROMA.- Matteo Renzi si appresta ad incassare il via libera alla prima lettura della riforma del Senato, ma con molte nubi all’orizzonte. Le preoccupazioni riguardano infatti il secondo esame che ne dovrà fare, tra tre mesi, palazzo Madama dove lo attendono al varco la sinistra Pd e Forza Italia che si è sganciata dalla coalizione ”costituente”. Il premier per ora ha risposto negativamente alle richieste della minoranza dem di consentire qualche cambiamento, convinto che modificare l’ossatura della riforma significhi insabbiarsi in un pantano da cui non si uscirebbe più. E’ lo stesso motivo che lo ha indotto a blindare l’Italicum che dunque manterrà la struttura concordata con Silvio Berlusconi nel loro ultimo incontro. Si tratta dell’ultima garanzia che gli consente di mantenere un filo di dialogo con il Cavaliere. Nel giorno in cui ”è tornato un uomo libero, pronto alla riscossa”, per usare le parole di Renato Brunetta, il leader azzurro ha confermato la linea della rottura totale con il Rottamatore. Fi voterà contro la riforma che pure ha contribuito a costruire con il proprio voto favorevole al Senato: una scelta ”incomprensibile” secondo i renziani e anche un ”cedimento ai diktat della Lega” per gli alfaniani, che potrebbe trasformarsi in un ”fronte estremista antiriforme” in Parlamento. Timori non infondati anche per una parte dei forzisti: gli uomini di Denis Verdini, per esempio, hanno proposto una più morbida astensione e Daniela Santanché ha manifestato molte perplessità sulla scelta del suo gruppo. Come dice la fedelissima Manuela Repetti, c’è il rischio di uno snaturamento del profilo liberale del partito. E’ probabile che Berlusconi si sia sentito costretto alla bocciatura della riforma del bicameralismo per una questione di alleanze: una linea diversa avrebbe creato un solco troppo profondo con Matteo Salvini. Il Carroccio ha fatto sapere di aspettare Fi al varco per giudicare se sia davvero passata definitivamente all’opposizione. Tuttavia questa strategia per Fi non sembra pagante nei sondaggi (che ormai vedono stabilmente il Carroccio sopravanzare Forza Italia) e le regionali saranno una sorta di test nazionale per valutare il futuro del centrodestra (Toti). In altri termini, il Cav aspetta di vedere quali saranno i risultati per poi correggere eventualmente la linea Salvini, ammesso che ciò sia possibile. Peraltro qualche dubbio sembra farsi strada anche tra i lumbard. Il Comitato di garanzia del Carroccio ha preso tempo sul ”caso Tosi”: il sindaco di Verona, infatti, non ha fatto passi indietro e il pericolo che possa candidarsi in Veneto contro Zaia, alla testa di una formazione di ribelli e di centristi, induce l’establishment della Lega a qualche riflessione supplementare. Il fatto è che un’espulsione secca di Tosi farebbe assomigliare pericolosamente Salvini a Grillo nella battaglia contro le minoranze interne: l’elettorato moderato potrebbe non capirlo e compromettere così la rincorsa di Luca Zaia alla riconferma in Veneto. Qui si torna alla partita di Renzi. Lo sbilanciamento della Lega a destra lo aiuta certamente a conquistare la centralità dello schieramento politico, ma i numeri della coalizione sono tali da costringerlo a dover fare i conti al Senato o con Berlusconi o con la minoranza dem. A quest’ultima il Rottamatore ha già offerto un maggiore spazio all’interno del partito, su scala territoriale: l’unica possibilità di trovare un’intesa senza intaccare i testi delle riforme in Parlamento. Allo stesso tempo il premier continua a trattare con il Cav, o più probabilmente con i suoi emissari (Verdini), prima di dare per definitivamente archiviato il Patto del Nazareno: solo il ”soccorso azzurro” potrebbe dare copertura alle defezioni della minoranza dem ampiamente preannunciate. Ma resta comunque un’aleatorietà: non sembra un caso che l’ex M5S Lorenzo Battista abbia lanciato l’idea di un ingresso dei fuoriusciti grillini nella maggioranza a condizione che possano esprimere un ministro, una sorta di ”tecnico d’area”. Alcuni degli ex 5 stelle hanno bocciato l’ipotesi piovuta a sorpresa sulle loro teste, ma il suo significato è chiaro: il tentativo di garantire comunque la maggioranza nei passaggi più delicati al Senato. Anche se il tutto sa molto di vecchia Repubblica. (di Pierfrancesco Frerè/ANSA).

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