Le sanzioni del presidente Obama e la “molla” del nazionalismo

LEY-HABILITANTE

CARACAS. – Dalla politica interna a quella estera. Dalla crisi economica, che ormai colpisce tutti i venezuelani senza differenza di classi sociali, di credo religioso, di militanza politica o di colore della pelle, alla diplomazia del microfono, inaugurata dall’estinto presidente Chávez il secolo scorso e trasformata dal presidente Maduro in una consuetudine. Messo alle corde da una implacabile crisi economica, il capo dello Stato ha trovato, nella decisione del presidente Obama di inasprire le sanzioni ad alcuni esponenti ed ex esponenti di spicco del governo venezuelano, l’argomento che gli mancava per distogliere l’attenzione della gente comune, e dei propri simpatizzanti, dai problemi della quotidianità.

Stando agli esperti, l’inasprimento delle sanzioni contro sette esponenti del governo, cinque di questi militari, possono avere molteplici letture. Come è ovvio, c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi, al contrario, lo vede mezzo vuoto. Comunque sia, la decisione del presidente Obama è stata un fulmine a ciel sereno. E ha scosso l’opinione pubblica venezuelana.

Mettiamo da parte le reazioni immediate delle frange più radicali – soprattutto quelle che risiedono all’estero e vivono la realtà venezuelana solo di riflesso -, che a nostro avviso e in queste circostanze non fanno testo. Esse hanno immediatamente applaudito alla decisione del presidente Obama. E condannato, in cambio, la condotta prudente dell’Unione Europea: censura alla violenza con cui si reprimono le manifestazioni di protesta, energica richiesta di libertà degli esponenti politici oggi in prigione – leggasi, López, Ceballos, Ledezma -, ma nessuna sanzione.

Il vero dibattito in Venezuela, oggi, è tra chi avalla con prudenza la posizione espressa dal presidente Obama e chi, invece, la considera estemporanea e per questo poco utile a coloro che, nelle file dell’Opposizione, desiderano una trasformazione politica del Paese, ma nel rispetto dell’istituzione democratica.

Da un lato c’è chi pur avendo grossi dubbi sull’efficacia delle sanzioni ritiene che con esse il presidente Obama desideri inviare un messaggio più che al presidente Maduro, al suo esecutivo o agli esponenti dello Psuv, ai governi dell’America Latina, della Cina e della Russia. Con le sanzioni, nella sostanza, il presidente nordamericano starebbe dicendo a Cina, Russia e ai paesi di questo emisfero che il governo degli Stati Uniti segue con attenzione quanto accade in Venezuela ed è preoccupato per le ripercussioni che potrebbe avere la crisi politica ed economica del Venezuela sul resto dell’America Latina. E’ vero, questa parte del mondo non è più il “patio trasero” degli Stati Uniti. Ma anche così il colosso del nord continua a considerarla un’area di sua influenza. Certo, avrebbe potuto percorrere altre vie per rilevare l’interesse nordamericano verso l’America Latina. Ma la diplomazia nordamericana non sempre, a nostro avviso, segue il cammino più conveniente.

D’altro canto, c’è chi considera che le sanzioni al Venezuela siano controproducenti. Anzi, che possano trasformarsi in un “boomerang”. E’ questo, a nostro avviso, il parere della maggioranza dei venezuelani. In effetti, l’inasprimento delle sanzioni, così come annunciato dalla Casa Bianca, è stato un salvagente per il governo del presidente Maduro, alle corde per una crisi economica che non riesce a gestire e per la carenza di valuta, a conseguenza anche della drammatica caduta dei prezzi del petrolio, che ne aggrava le dimensioni.

Il capo dello Stato, ormai in un vicolo chiuso, ha trasformato le sanzioni degli Stati Uniti in un argomento per distrarre l’attenzione dei venezuelani dai problemi della quotidianità e per rinverdire i sentimenti di nazionalismo che covano in ogni persona. Il nazionalismo è sempre stato il “coniglio nel cappello”, quell’asso nella manica rispolverato dai governi nei momenti di difficoltà.

L’inasprimento delle sanzioni, poi, ha fatto scattare la leva della solidarietà internazionale. E così, semplici sanzioni contro alcuni funzionari accusati di corruzione e di aver violato i diritti umani, gestite attraverso un’abile campagna di propaganda, hanno trasformato il Venezuela nel David contro Goliath.

La corruzione, come dimostrano la mega-inchiesta di Le Monde di alcune settimane fa, che ha svelato come il tra il 2005 e il 2007 il Venezuela fosse stato il terzo paese con maggior quantità̀ di dollari – circa 14,500 milioni di dollari proprietà di appena 1150 clienti -, nella filiale svizzera della banca inglese Hsbc, e la notizia pubblicata da quotidiano El Mundo, che ha portato alla luce un preoccupante lavaggio di denaro attraverso istituti finanziari nelle Andorre, continua ad essere un cancro difficile da estirpare.

Quindi, l’inasprimento delle sanzioni annunciate dalla Casa Bianca, e soprattutto l’annuncio di un Venezuela considerato un pericolo per la sicurezza del “colosso del nord” hanno permesso al presidente Maduro di ricompattare le proprie file e di ricevere la solidarietà dei Paesi dell’emisfero. Anche di quelli che non condividono, e anzi criticano l’atteggiamento autoritario del “chavismo”.

Dubbi e timori. Le sanzioni a sette funzionari del governo sono state trasformate attraverso un’abile propaganda politica in sanzioni a tutto il Venezuela. E hanno permesso al governo di lanciare un primo grido d’allarme su un ipotetico “embargo” economico. Non è da scartare, quindi, che in un futuro prossimo le difficoltà che vivono i venezuelani, a causa della gestione dell’economia dell’attuale governo e di quello dell’estinto Presidente Chávez, siano attribuite dal “chavismo” ad un “embargo” di fatto. E allora la tesi della “guerra economica”, avrebbe più consistenza.

La polemica tra David e Goliath, tra il Venezuela e gli Stati Uniti si svolge in un clima economico di grave crisi. Il nuovo schema dei controlli di cambi, nonostante non si possano negare alcuni aspetti positivi come il riconoscimento della necessità di un mercato libero della valuta, non è riuscito a frenare la folla corsa del dollaro nel mercato nero. E difficilmente ci riuscirà se non si permetterà al “dollaro Simadi” di oscillare liberamente, anche se sotto l’occhio vigile delle autorità monetarie. La crisi del paese non potrà risolversi se la domanda di beni, sempre più in crescita, continua a confrontarsi con la mancanza di beni negli scaffali dei supermarket. Ma questi, purtroppo, riflettono la realtà della struttura produttiva nazionale. Gli industriali privati non possono produrre a perdita. O si concede loro il dollaro preferenziale o il permesso di coprire le spese attraverso l’incremento dei prezzi dei prodotti. Ed è questa la disgiuntiva che deve affrontare il governo. Non aiuta, d’altro canto, l’inefficienza delle aziende pubbliche, incapaci di rispondere alle esigenze del mercato. La maggior parte delle industrie espropriate ed oggi in mano allo Stato presenta una produzione deficitaria.

E così, mentre il governo alimenta il nazionalismo, chiede la solidarietà internazionale e studia come trasformare propagandisticamente le sanzioni a pochi funzionari in un “virtuale” “embargo” economico, il venezuelano continua a vivere la penuria della crisi economica.

(Mauro Bafile/Voce)