La Chiesa ricorda i 35 anni dell’uccisione di mons. Romero

PILGRIMAGE IN HONOUR OF LATE SALVADOREAN ARCHBISHOP OSCAR ROMERO IN SAN SALVADOR

 

 

 

 

SAN SALVADOR. – Il 24 marzo 1980, monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo della capitale del Salvador, fu raggiunto dallo sparo di un cecchino mentre celebrava la messa nella cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza. Trentacinque anni dopo, alla vigilia della sua beatificazione, il prossimo 23 maggio, la sua figura continua ad essere al centro di una profonda devozione popolare, nonché di costanti polemiche sulla presunta manipolazione politica della sua immagine. Nella cattedrale di San Salvador, gremita di pubblico, il cardinale panamense José Luis Lacunza ha celebrato una messa in onore di Romero – preceduta da una processione che ha attraversato la capitale – durante la quale ha descritto il vescovo assassinato come “un pastore che è vissuto alla ricerca del bene del suo popolo ed è morto per il bene del suo popolo”. Proclamato martire della fede da Papa Francesco nel febbraio scorso, onorato con una statua sulla facciata dell’abbazia di Westminster, Romero è diventato un personaggio di una popolarità così indiscutibile che perfino i settori della destra dai quali è partito l’ordine di ucciderlo ne celebrano oggi la figura. “Per noi cattolici monsignor Romero è un leader storico del Salvador, un pastore e una giuda per tutta la Chiesa”, ha detto recentemente Jorge Velado, presidente dell’Alleanza Repubblicana Nazionale (Arena), il partito fondato da Roberto D’Aubisson, l’uomo che molto probabilmente diede l’ordine di uccidere l’arcivescovo della capitale, dopo una celebre omelia nella quale disse ai soldati che non erano obbligati ad ubbidire gli ordini che violavano la dottrina del Vangelo. L’identità dell’assassino di “San Romero de America”, come lo chiamano i suoi fedeli devoti, non è mai stata resa nota. Solo nel 2010 l’ex capitano Alvaro Saravia raccontò di essere stato lui a portare il cecchino fino al posto dell’esecuzione, dopo aver ricevuto l’ordine da D’Aubisson. Se non ci sono dubbi in quanto ai responsabili dell’uccisione di Romero – che resta comunque coperta da un’amnistia del 1993, come ha lamentato il procuratore salvadoregno per i diritti umani, David Morales – l’orientamento politico del carismatico vescovo è ancor oggi oggetto di discussione, soprattutto per quanto riguarda il suo presunto allineamento con la “teologia della liberazione” di ispirazione marxista. Monsignor Jesus Delgado, che fu il suo segretario, ha sempre insistito sul fatto che Romero “seguiva il Concilio Vaticano II, predicando la necessità di un incontro personale con il Cristo che implica una opzione preferenziale per i poveri”, ma non si interessò mai veramente alla “teologia della liberazione”. Romero, del resto, era molto vicino all’Opus Dei, fu uno dei primi promotori della canonizzazione di Escrivà de Balaguer e il giorno stesso della sua morte aveva partecipato ad un ritiro spirituale della prelatura. Per settori importanti della sinistra latinoamericana, però, Romero – pur partendo da posizioni conservatrici – diventò un militante della “teologia della liberazione”, intesa come presa di posizione rivoluzionaria, dopo l’uccisione del sacerdote Rutilo Grande, trucidato da paramilitari insieme a un gruppo di “campesino”. E’ così che il canale venezuelano Telesur propone in questi giorni un’analisi dedicata alla “Rivoluzione e il socialismo nel pensiero di Arnulfo Romero”.

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