Incalza l’inflazione mentre prosegue la strage d’innocenti in Venezuela

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CARACAS. – Impossibile negarlo. La crisi incalza. Ce ne rendiamo conto tutti i giorni. Se ne accorge la casalinga, che va a fare la spesa ma anche l’impiegato, che si reca al bar per uno spuntino o semplicemente per un cappuccino, e l’adolescente, ogni qualvolta decide di invitare la fidanzata al cinema o in discoteca. Non c’è assolutamente bisogno di conoscere gli indici della Banca Centrale, che il governo custodia gelosamente in un cassetto sottochiave, per capire, o almeno intuire, che il Venezuela vive oggi una recessione acuta, una delle più profonde della sua era democratica.

L’inflazione è definita dagli esperti come un processo costante e diffuso d’incremento dei prezzi; incremento che determina la diminuzione del potere d’acquisto della moneta. Questa crescita dei prezzi dei prodotti nel mercato può essere strisciante, quando la diminuzione del potere d’acquisto è costante ma contenuta, e galoppante, quando il potere d’acquisto diminuisce in modo appariscente e rapido. Nel caso del Venezuela, la spirale inflazionaria appartiene a quest’ultima categoria. Non siamo noi a dirlo, ma i fatti.

Non ne conosciamo l’entità, perché la Banca Centrale non ha emesso dati ufficiali, ma è indubbio che assieme alla mancanza di prodotti negli scaffali dei generi alimentari e dei supermarket, la cui entità è anch’essa sconosciuta, la spirale inflazionaria rispecchia la profonda crisi economica del Paese. E non c’è alcun bisogno di serie statistiche. E’ sufficiente recarsi al supermarket e cercare di fare la spesa con il salario di un operaio. Missione impossibile. Stando al “Centro di Documentazione e Analisi Sociale della Federazione dei Maestri”, per riempire il carrello della spesa, unicamente con i prodotti di prima necessità, sono necessari ben 33 mila 759 bolìvares. Una somma che equivale a ben sei salari di un impiegato.

Il carrello della spesa di febbraio, se si paragona con quello dello stesso mese dello scorso anno, è aumentato di oltre il 100 per cento. Del 106,7 per cento, a essere pignoli. E’ quanto sostiene il “Cenda” e non ci sono motivi per non crederci. Ma non è tutto.

Sempre secondo il “Cenda”, 17 dei 58 prodotti che compongono il carrello della spesa sono stati irreperibili a febbraio. In altre parole, quasi il 30 per cento dei prodotti del paniere, preso in considerazione per l’indice dei prezzi, è stato introvabile. Sono “uccel di bosco” pollo, carne, zucchero, olio, formaggi, lenticchie, farina, saponi, detersivi e carta igienica, tanto per nominarne alcuni. La loro ricerca si trasforma in una vera e propria odissea nei piccoli generi alimentari ma anche nei supermarket e grandi magazzini. Un’odissea che purtroppo viviamo tutti.

L’inflazione e la mancanza di prodotti sono tra i fenomeni più democratici che possano esistere. Non fanno differenze tra capitani d’azienda e operai, tra bianchi e neri, tra cattolici, musulmani o ebrei tra ricchi e poveri.

Il governo del presidente Maduro conosce bene la gravità della crisi che vive il Paese. Tant’è così che la attribuiscead una presunta “guerra economica” dichiarata dalle frange radicali della “destra fascista”, da imprenditori “venduti al grande capitale internazionale” e da imprecisi “interessi dell’imperialismo”. Forse sarà anche così, ma non è certo solo attraverso l’importazione massiccia di prodotti che si fa fronte all’emergenza, tanto meno limitando gli acquisti alle famiglie e permettendo loro di portare a casa solo una o due confezioni a settimana di uno stesso prodotto. Certo, non siamo ancora arrivati al libretto di razionamento, come quello applicato a Cuba, né alla “carta annonaria”, con la quale già a fine del 1940 in Italia il governo fascista regolamentò la distribuzione e vendita dei generi di prima necessità. Ma, ad onor del vero, il concetto è lo stesso e poche purtroppo le differenze all’atto pratico.

Nell’immediato, non pare che ci sia la volontà di varare nuovi provvedimenti per far fronte alla crisi se non l’incessante propaganda politica trasmessa attraverso l’immenso arcipelago dei “mass media” filo-governativi o governativi che rappresenta ormai quasi la totalità dell’informazione venezuelana. Lo stesso incremento del prezzo della benzina, del quale si parla ormai da anni e sulla cui necessità non sembra ci sia alcun dubbio, probabilmente sarà rimandato al 2016.

Siamo in anno elettorale. Le parlamentari sono dietro l’angolo. La popolarità del presidente Maduro, e del “chavismo”, nonostante la campagna propagandistica che fa leva sul nazionalismo contro le sanzioni imposte dagli Stati Uniti ad alcuni funzionari del governo resisi colpevoli di presunti delitti contro i Diritti Umani durante le “guarimbas”, è ancora ai minimi storici. E’ vero, come segnalano i sondaggi di Datanàlisi, che la notorietà del presidente Maduro si è un po’ rafforzata in senso positivo nell’ultimo mese, a causa delle sanzioni nordamericane. Ma è ancora assai lontana da quella d’inizio governo. L’Opposizione, stando a tutti i sondaggi, ha grosse possibilità di trionfare nelle parlamentari. E un suo ipotetico successo potrebbe rappresentare un passo fondamentale nella conquista della poltrona di “Miraflores”.Il governo ne è cosciente. Da qui la firma di accordi con la Cina, di cui non si conoscono i dettagli, per ottenere un nuovo flusso di denaro fresco. Questo rappresenterebbe una boccata di ossigeno che permetterebbe di nascondere la gravità della crisi e ottenere il voto alle urne. Il denaro “fresco” consentirebbe nuove importazioni e prodotti sussidiati per i settori più umili della popolazione che sono poi quelli più legati al chavismo.

E mentre nell’ambito politico ed economico domina la confusione, in quello sociale prosegue indiscriminata la strage di innocenti a mano della delinquenza. A marzo, stando al registro dell’obitorio di “Bello Monte” dal quale attingono informazioni i “mass-media”, ci sono state 456 vittime della violenza. A gennaio ce ne furono 447 e a febbraio 420. Una media, quindi, di circa 15 vittime al giorno solo a Caracas. E, infatti, quelle della “Morgue de Bello Monte” sono solo cifre relative alla capitale. Nel 2014, secondo la relazione dell’Ong “Observatorio Venezolano de la Violencia”, in Venezuela vi sono stati 24 mila 980 morti ammazzati. Dal canto suo, il bilancio dell’Ong Cecodap è ancora più tragico. Lo scorso anno, a causa della violenza, sono stati denunciati sulla stampa 5 mila 456 casi di violenza su bambini. Di questi, 914 si sono conclusi con la morte della giovane vittima. Sono cifre raccapriccianti che, nonostante la serietà delle Ong che le hanno diffuse, andrebbero confrontate con quelle della polizia. Riscontro impossibile, giacché alle Forze dell’Ordine è proibito diffondere cifre e statistiche sulla violenza nel Paese.

(Mauro Bafile/Voce)