Salvatore Pluchino: “Il connazionale è all’oscuro delle attività del Comites”

Pubblicato il 02 aprile 2015 da redazione

 CARACAS – Le elezioni per il rinnovo dei Comites non sembrano aver destato gran interesse in seno alla nostra Collettività. Da un lato, senz’altro, la grossa dose di apatia è dovuta alla necessità di risolvere gli impellenti problemi quotidiani, ma è anche vero che il disinteresse è sorto e si è rafforzato perché l’istituzione è percepita lontana dagli interessi della comunità. Purtroppo, i membri del Comites di Caracas, in carica da più di 10 anni, hanno fatto ben poco per coinvolgere i connazionali nelle loro attività, quasi avessero timore della loro partecipazione.

Sono importanti i Comites? Hanno svolto la loro funzione negli ultimi anni?

Lo abbiamo chiesto al dottor Salvatore Pluchino, membro del primo Comites di Caracas, ex presidente del Centro Italiano Venezolano della capitale, fondatore della Federazione dei Centri Italo-venezolani e Direttore medico e scientifico della Fundación Caveme (organo scientifico e academico della Cámara Venezolana del Medicamento).

Pluchino ci tiene a sottolineare subito che non si ritiene “esperto in politica” e più che come ex membro del primo Comites di Caracas, preferisce parlare come un italiano residente all’estero che conosce profondamente la realtà in cui vive.

Giacca azzurra, pantalone beige, camicia nera, e capelli brizzolati. Pluchino giunse in Venezuela all’alba dell’era democratica quando il Paese, con il presidente Romulo Betancourt, faceva i suoi primi passi dopo l’epoca buia della dittatura di Pérez Jiménez. Da allora ha fatto del Venezuela la sua seconda patria, si è formato nelle migliori università del Paese e all’estero e, grazie ai suoi meriti accademici, occupa un posto di grande rilievo nel mondo accademico e scientifico.

– In precedenza, nella costituzione del Comites, oltre ai membri scelti attraverso il voto, esisteva la figura del “cooptato” – ci spiega -. Attraverso questa figura, si dava l’opportunità anche a coloro che, pur essendo nati in Italia, avevano perso la cittadinanza italiana, per scelta propria o condizionata dalle leggi del paese di residenza, come nel mio caso, di parteciparvi e di contribuire col loro impegno. In questo contesto, fui chiamato a prenderne parte e capii l’importanza dell’istituzione.

In un’epoca in cui il Presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, furono cooptati Salvatore Pluchino, all’epoca presidente del Centro Italiano Venezolano, e Luigi Lualdi, presidente della Casa d’Italia.

Pluchino commenta che l’idea dei Comites nacque perché era fortemente sentita la necessità di un’entità riconosciuta dallo Stato italiano che fungesse da ponte tra le comunità italiane all’estero e la Madrepatria; responsabilità che, nel caso del Venezuela, fino ad allora avevano assunto le associazioni regionali, le Case d’Italia, e i Club Italiano-venezolani presenti in ogni angolo del Paese. Riguardo a questa svolta storica, Pluchino racconta:

– Nel Venezuela ricco e opulento, l’unico legame fra gli emigrati italiani e la loro Madrepatria erano le rimesse; l’invio di denaro ai parenti. Un fenomeno che, nella sua globalità, contribuì al miracolo economico italiano. Le rimesse degli italiani all’estero rappresentarono la seconda risorsa economica dell’Italia. Fu molto più tardi, che, per legge, furono creati i Comites, un organismo i cui membri sono eletti dalle nostre comunità attraverso il voto. Io fui membro del primo Comites di Caracas per circa 4 anni. Lasciai perché non mi ci sentivo più a mio agio. Mi piace lavorare su ciò che mi diletta. Svegliarsi ogni mattina e pensare di dover fare un qualcosa che non piace credo che sia la negazione della vita.

Il dott. Pluchino è un gran conversatore e il tema, si nota, lo affascina. Anche così, ad onore della verità, dobbiamo dire che al momento di contattarlo non si era mostrato molto sicuro di voler rispondere alle nostre domande. E si capisce. Il tema è ostico, specialmente per chi, come Pluchino, ha interpretato un ruolo di rilievo in seno all’associazionismo. Comunque, una volta accettato, ha risposto, senza eluderle, a ogni nostra domanda.

– I Comites – ci spiega rispondendo indirettamente a chi, pochi fortunatamente, in Italia e all’estero li considera solo una grossa spesa e perdita di tempo – sono il ponte necessario fra la collettività e la patria d’origine. E’ loro responsabilità far conoscere le esigenze della Collettività, filtrare e trasmettere le richieste al rappresentante ufficiale dell’Italia, il Console Generale. Il Venezuela è fortunatamente uno dei Paesi nei quali la collettività italiana è molto attiva e organizzata. Io ho viaggiato in tutta l’America Latina per conoscere la realtà delle altre associazioni civili italiane. Loro sognano di avere quello che noi siamo riusciti a costruire.

Pluchino considera che i Comites siano una conquista importante, nonostante abbiano ceduto parte della loro rilevanza quando è stata data agli italiani all’estero la possibilità di eleggere i propri rappresentanti alla Camera dei Deputati e al Senato.

– Perché considera che abbiano perso importanza dopo questa decisione?

– Perché le elezioni parlamentari hanno permesso agli organismi e organizzazioni italiane di cominciare a fare politica – risponde immediatamente -. I rappresentanti alle Camere si sono trasformati nei veri portavoce degli interessi e delle necessità degli italiani all’estero. Ho pensato che dopo questa decisione i Comites sarebbero spariti. Li hanno conservati e ne sono contento. Il Venezuela, così, ha ancora la possibilità di avere una propria voce, altrimenti dipenderemmo dall’Argentina o dal Brasile, che sono i Paesi dove le comunità italiane sono più grandi.

Il Direttore della Fundación Caveme è sempre molto schietto e sicuro al momento di rispondere alle nostre domande. E lo fa in uno spagnolo esemplare che conserva comunque l’accento e la tonalità della lingua di Dante.

– Quali dovrebbero essere le attività del Comites?

– Considero che i membri del Comites dovrebbero cercare di trasmettere l’importanza di quest’organismo – commenta -. Informare su ciò che fanno. L’italiano comune, quello “della strada”, ne è purtroppo all’oscuro. Questa è ovviamente una mia opinione. Ci si lamenta perché nel Comites ci sono sempre le stesse persone. Non mi stupisce, perché quello significa fare politica e loro hanno tempo per questo. Il problema è che sono sempre le stesse persone. E la gente è stanca, comincia a sospettare.

– Qual è la sua opinione riguardo alle nuove norme di voto?

– Devo ammettere che non sono pienamente informato su quali siano state le ragioni che hanno provocato i cambi – confessa -. E’ quindi probabile che dica qualcosa di sbagliato. Comunque, penso che le nostre collettività avrebbero dovuto protestare. Mi sembra un provvedimento anticostituzionale. Semplicemente chi vuole andare a votare e ne ha il diritto, dovrebbe poterlo fare senza dover esprimere prima una sua volontà. Credo che il provvedimento risponda a irregolarità denunciate nelle scorse elezioni parlamentarie.

Mancanza d’informazione, quindi. Questa, in sintesi, la ragione per la quale le elezioni dei Comites hanno destato poco interesse in seno alla nostra Collettività. Una responsabilità che ricade su chi, negli ultimi dieci anni, è stato membro di uno degli organismi più importanti. Le ragioni? Forse perché effettivamente non c’era nulla da informare e negli ultimi anni il Comites – nonostante l’inquietante realtà del paese, le vicissitudini vissute dalla nostra comunità e i suoi tanti problemi -, è precipitato in un letargo profondo dal quale, si spera, nuovi membri, giovani e con entusiasmo, riescano a scuoterlo, a risvegliarlo, a riscattarlo.

 

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