La Corte di Strasburgo condanna l’Italia: alla scuola Diaz fu tortura

Pubblicato il 07 aprile 2015 da redazione

G8: PERQUISITA SEDE GSF

ROMA. – La “macelleria messicana” compiuta dalla Polizia nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001 “deve essere qualificata come tortura”: l’Italia va dunque condannata doppiamente, per il massacro dei manifestanti e per non avere ancora una legge adeguata a punire quel reato. La Corte europea dei diritti dell’uomo, a 15 anni di distanza, mette per la prima volta nero su bianco in un atto giudiziario quel che decine di testimoni hanno visto e raccontato.

La sentenza della Corte di Strasburgo è il risultato del ricorso di Arnaldo Cestaro, oggi 76enne: quella notte era alla Diaz e fu uno degli 87 no global massacrati e feriti – su 93 che furono arrestati – durante quella che la Polizia definì una “perquisizione ad iniziativa autonoma” finalizzata alla ricerca di armi e black bloc dopo le devastazioni avvenute in mezza Genova durante le proteste contro il G8. “Questa sentenza è una cosa molto importante – ha commentato l’uomo – quel che ho visto e subito è una cosa indegna in un sistema democratico”.

“Finalmente – ha aggiunto il papà di Carlo Giuliani – sono state determinate le brutture commesse dallo Stato italiano. E’ una cosa bella e chissà se l’attuale governo troverà il tempo di occuparsi di queste cose che riguardano la dignità del paese”. Resta, aggiunge Giuliano Giuliani, “la rabbia perché l’omicidio di Carlo è ancora impunito”. I colpevoli di quella violenza – che la Cassazione ha definito “sadica e cinica” – sostiene la Corte di Strasburgo avrebbero dovuto essere puniti adeguatamente ma ciò non fu possibile “a causa dell’inadeguatezza delle leggi italiane”.

Chi “ha torturato” l’uomo, “non è mai stato identificato, anche perché entrando alla Diaz aveva il viso coperto, e non indossava un numero di identificazione, come invece richiede la Corte”. Ed inoltre anche chi è stato processato e condannato “non ha scontato alcuna pena” poiché i reati sono caduti in prescrizione”. E questa è una colpa da imputare “alla mancanza in Italia del reato di tortura o di reati altrettanto gravi”. “Quando parlammo di tortura ci presero per pazzi” dice oggi il pm che ha sostenuto l’accusa, Enrico Zucca, sottolineando che la decisione della Corte era “scontata” in quanto “ciò che è accaduto in quella scuola è un concentrato di violazioni dei diritti dell’uomo”.

Violazioni che la Cassazione – con la sentenza con cui ha confermato le condanne ai vertici della Ps che erano a Genova, Gratteri, Luperi e Caldarozzi, per i falsi verbali – aveva già pienamente indicato, pur non potendo parlare di tortura: ci fu un “uso spropositato della violenza” da parte della Polizia, che ha “gettato discredito sulla nazione agli occhi del mondo intero”. I poliziotti, hanno scritto i giudici, “si scagliarono sui presenti, sia che dormissero, sia che stessero immobili con le mani alzate, colpendo tutti con i manganelli e con calci e pugni, sordi alle invocazioni di ‘non violenza’ provenienti dalle vittime, alcune con i documenti in mano, pure insultate al grido di ‘bastardi’”.

Ora tocca all’Italia far vedere che le cose sono cambiate, approvando immediatamente la proposta di legge che introduce il reato, con pene che vanno dai 4 ai 10 anni, approdata alla Camera lo scorso 23 marzo. Un vuoto, sostiene il presidente della Camera Laura Boldrini, “intollerabile”. Giovedì il Parlamento inizierà la votazione e “il via libera definitivo – spiega il presidente della Commissione Giustizia Donatella Ferranti – potrebbe arrivare entro l’estate”.

Sel e Prc tornano intanto a criticare il tempo perso e a chiedere i numeri identificativi sulle divise degli uomini delle forze di polizia. “Questa è una macchia indelebile sul volto del nostro paese e delle classi dirigenti che consentirono un uso arbitrario delle forze dell’ordine” afferma Nichi Vendola. Gli risponde Gianfranco Fini, che all’epoca era vice premier ed era a Genova. “Che ci siano stati eccessi è stato accertato e quindi è giusto che i colpevoli vadano puniti. Ma su di me ci furono speculazioni”. Dal canto suo il M5s annuncia battaglia per modificare l’attuale testo: “è una vergogna che oggi non vi sia il reato di tortura – dicono i membri della commissione giustizia – ma sarebbe ancora più vergognoso concludere con una legge inefficace”.

E il leader radicale Marco Pannella annuncia invece uno sciopero della sete contro “questa infamia”: c’è una situazione in Italia, per quanto riguarda “i diritti e il funzionamento della giustizia, di fronte alla quale i fascisti si metterebbero a sghignazzare”. In attesa che il Parlamento colmi il vuoto, resta una certezza: l’incursione alla Diaz, hanno detto i processi, avrebbe dovuto “riscattare l’immagine della Polizia” dopo le devastazioni, ma la verità è che l’ha compromessa. Anche perché, ancora oggi, nessuno degli autori materiali di quel massacro sta scontando una pena: per i 10 funzionari condannati in appello per lesioni – il comandante del Reparto Mobile di Roma Vincenzo Canterini, il suo vice e i capisquadra – la Cassazione non ha potuto far altro che dichiarare prescritto il reato. E tutti gli altri, decine e decine di poliziotti, che entrarono nella scuola, non sono mai stati identificati.

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