Sempre più Pmi italiane investono e comprano aziende in Inghilterra

Pubblicato il 08 aprile 2015 da redazione

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LONDRA. – L’Italia è il terzo Paese per investimenti diretti nel Regno Unito, e Londra è sempre più considerata la “terra promessa” da investitori del Bel Paese, ora anche da parte delle piccole e medie imprese. Rilevante è la presenza italiana nel settore immobiliare, soprattutto a Londra dove i prezzi delle case sono alle stelle e non accennano ancora a scendere. Ma anche nei settori economici più vari i nostri imprenditori sono sempre più presenti nel Regno Unito: con storie di successo nate prevalentemente da iniziali partnership con soggetti locali e poi diventate interamente italiane. Investimenti spesso fatti per “internazionalizzare” i figli che lavorano in azienda; o comunque per apprendere ‘expertise’ e metodi da applicare anche in Italia. “Il Regno Unito offre il vantaggio di essere nell’Unione Europea ma non nell’Eurozona, che in questo momento è in crisi. Per questo attrae investimenti anche dal nostro Paese”, spiega Claudio Cornini, che dopo una vita passata ai vertici di banche italiane guida ‘Cornhill & Harvest’, una boutique finanziaria attiva anche nel segmento di fusioni ed acquisizioni ed ha assistito e assiste diverse aziende Italiane che operano come investitori di settore, da società quotate a ‘small business’. Ma come funziona lo “sbarco in Albione” delle aziende italiane? “Prevalentemente – spiega Cornini – vengono prescelte per l’acquisizione aziende che operano già nello stesso settore dell’acquirente, con l’obiettivo di una diversificazione geografica”; ma ci sono anche investimenti in settori contigui: “mirano all’acquisizione di un know-how complementare da reimportare in Italia”. E qui arrivano i “consigli per gli acquisti: “In genere – sostiene il banchiere – sconsigliamo di fare un acquisto totalitario nell’immediato dell’azienda. Al contrario, invitiamo a coinvolgere il socio locale, spostando una parte dell’acquisto nel tempo. Questo consente di ridurre il rischio di ‘downside’, nel caso in cui l’investimento si rivelasse non di successo, ma anche di coinvolgere il venditore nella transizione, oltre ad allineare gli interessi del venditore sul successo dell’operazione”. Anche perché le partnership spesso danno la stura a relazioni forti tra l’acquirente italiano e l’ex “padrone” britannico, che sono particolarmente utili e vantaggiose per l’imprenditore di casa nostra. Gli imprenditori italiani sono attratti anche dalla estrema flessibilità del mercato del lavoro britannico, dove per licenziare un dipendente basta un preavviso di due settimane. Una flessibilità che però può essere un’arma a doppio taglio; non sono rari casi di dipendenti che si licenziano in blocco se l’azienda si trasferisce in una zona diversa o, addirittura, se si rendono conto che il business non va bene. Quanto al prezzo, secondo l’esperto quello giusto di una azienda britannica di servizi da acquisire varia “tra quattro e sette volte il suo margine operativo lordo”. (di Francesco Bongarrà/ANSA)

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