La “Cumbre de las Américas”, l’inizio di una svolta in America Latina?

Pubblicato il 14 aprile 2015 da redazione

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Il momento appropriato; quello giusto per scrivere una pagina di storia. A Panama, nella “Cumbre de las Américas”, il presidente nordamericano, Barak Obama, e il leader cubano, Raúl Castro, hanno dato lezione di pragmatismo. E dimostrato che si resta nella storia quando si ha il senso dell’opportunità, il fiuto politico e, innanzitutto, il coraggio di cambiare.

Obama, nel suo discorso all’assise continentale, ha sostenuto che bisogna sapere archiviare i vecchi schemi quando la realtà dimostra che non hanno funzionato. Ha invitato ad abbandonare le ideologie, in un mondo in costante evoluzione. E, quindi, esortato a intraprendere un nuovo viaggio alla ricerca di fonti alternative di sviluppo energetico e di una maggiore equità sociale. Insomma, l’appello è a sconfiggere la povertà. Ha anche ammesso che gli Stati Uniti, in passato, hanno commesso errori ed ha chiesto di voltare pagina.

Castro, dal canto suo, ha difeso la “rivoluzione cubana” e ha colto l’occasione per togliersi qualche sassolino, anzi macigno, dalla scarpa. Nel suo discorso ha rivendicato le conquiste sociali del “socialismo”, ma l’ha fatto senza evocare quel vocabolario “pseudo-rivoluzionario” ormai in disuso ma ancora tanto caro ad alcuni capi di Stato dei nostri giorni. Castro ha impiegato la stessa retorica con la quale il fratello maggiore, in passato, infiammava gli animi dei giovani e alimentava l’illusione di una società più giusta, più libera e meno povera. Come Obama, si è detto disponibile a lasciarsi alle spalle vecchie incomprensioni e reciproche diffidenze per avviare una nuova stagione nella relazione tra i due Paesi.

L’incontro storico tra i due leader e la simbolica stretta di mano tra il primo presidente nero degli Stati Uniti e l’ultimo dei fratelli Castro che, se vero quando pubblicato dalle agenzie di stampa, “consegnerebbe il testimone” nel 2018, rappresenta una svolta storica nelle relazioni non solo tra i due Paesi ma anche tra due emisferi dello stesso continente. E il sorgere di una nuova primavera; il ritorno degli Stati Uniti nello scenario latinoamericano. Ma non più come potenza egemonica e imperialista. E’ un ritorno che coincide con le difficoltà economiche di Russia e Cina che, fino a ieri, rappresentavano una minaccia per il primato degli Stati Uniti in America Latina.

In questo contesto, il presidente Maduro, travolto dagli avvenimenti che hanno caratterizzato la “Cumbre”, ha interpretato suo malgrado un ruolo marginale. Le sue proteste sono cadute nel vuoto, le sue esigenze inascoltate e trasformate in materiale utile soloper i numerosi mass-media dello Stato o “filo-chavisti” al seguito della comitiva presidenziale. Il consenso è venuto dai soliti capi di Stato che non hanno potuto farne a meno per un’evidente ragione di opportunità economica.

Nell’incontro informale, al quale il presidente Obama non ha voluto sottrarsi, sono stati ribaditi i concetti già espressi dai portavoci del Dipartimento di Stato e dalla Casa Bianca. Insomma, il Venezuela non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti che, comunque, sono preoccupati per la deriva autoritaria del governo, le violenti repressioni, i politici in prigione e le costanti violazioni dei Diritti Umani.

Il presidente Maduro, assediato da una crisi economica sempre più acuta, corre il rischio oggi di restare isolato nell’ambito internazionale; rischio che non ha mai rappresentato un pericolo per l’estinto presidente Chávez perché nessuno, oltre frontiera, ha mai messo in dubbio il suo carisma. La svolta diplomatica di Cuba, avvenuta a insaputa della “Casa Amarilla” e del governo “chavista”, ha posto il presidente Maduro nell’incomoda situazione di difendere posizioni ideologiche alle quali il governo dell’isola caraibica, molto pragmatico, non crede più da anni. Ed oggi, il timore di una débâcle elettorale e lo spettro del default condizionano le sue decisioni.

La crisi economica ormai si abbatte, come un uragano, su tutte le classi sociali e il malcontento serpeggia anche tra coloro che fino a qualche mese fa difendevano le politiche del governo di Maduro. E sono sempre di piú quelli che pensano che sia assolutamente vero quanto afferma il premier spagnolo Felipe Gonzàlez: il Venezuela ha sperperato 800 miliardi di dollari nel costruire l’illusione di benessere; un’illusione attraverso la quale il governo ha potuto limitare le libertà ed approvare quei provvedimenti che oggi soffocano tutti i venezuelani, senza eccezione.

La recente decisione di ridurre ulteriormente la quantità di valuta assegnata a chi si reca all’estero per ragioni di lavoro o semplicemente in vacanza, illustra meglio di ogni altra cosa quanto acuta sia la crisi. Correggere gli squilibri provocati dal controllo dei cambi attraverso controlli ancora più ferrei, ha solamente un effetto: minor libertà per i venezuelani e una evidente perdita della qualità di vita.

Fermo restando che alcuni ammortizzatori sociali erano indispensabili, e oggi lo sono ancor di più, e che alcuni controlli transitori, come anche quello dei cambi, erano necessari, è evidente che l’economica venezuelana soffre oggi le conseguenze di inutili sperperi e di un’eccessiva solidarietà continentale. Un colpo di timone è necessario. E’ imposto dalla realtà dei fatti. I controlli transitori – leggasi, dei prezzi, dei cambi, della produzione – prolungatisi oltre il necessario, hanno ottenuto l’effetto contrario. Ovvero, lungi dal correggere gli squilibri hanno aggravato quelli esistenti e ne hanno creati altri.

Il malcontento, che comincia a covare anche negli strati più umili della popolazione – tradizionalmente sacche elettorali del chavismo -, rappresenta un’arma a doppio taglio per l’Opposizione. Questa, mai come oggi, è stata ad un passo dal trionfo elettorale. La conquista della maggioranza in Parlamento è una grossa responsabilità. E l’opposizione dovrà amministrarla con saggezza. In altre parole, dovrà essere capace di archiviare vecchi rancori e voglia di rivincita, approvare nuove leggi per riscattare l’economia del paese e correggere quelle che ne ostacolano la crescita equilibrata. Tutto, senza sopprimere quegli ammortizzatori sociali che rappresentano per le classi meno abbienti una conquista sociale e la garanzia di una migliore qualità di vita.

(Mauro Bafile/Voce) 

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