Primo maggio, appello della Cei: “Ascoltare il grido dei precari”

Pubblicato il 29 aprile 2015 da redazione

 

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ROMA. – Il “grido dei precari” deve interpellare tutti, deve essere ascoltato, perché “senza lavoro non c’è dignità umana”. E’ l’appello della Conferenza Episcopale Italiana che nel suo messaggio per il Primo Maggio guarda in particolare ai troppi giovani ancora senza lavoro nel nostro Paese e sottolinea che “la mancanza di lavoro uccide”. I vescovi chiedono poi “rispetto” per la domenica. E infine invocano modelli dove tempi di lavoro e tempi di famiglia possano essere coniugati.

Alla vigilia delle celebrazioni per la Festa del Lavoro, arriva dunque il documento della Chiesa italiana. Un Primo Maggio, questo del 2015, ancora una volta segnato dalla mancanza di lavoro. “Il grido del precari è la periferia che, più di tutte, domanda luce, che ci chiede premura. Perché nei tanti disoccupati c’è il Cristo che soffre”, scrive la Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.

“Senza lavoro non c’è famiglia e non c’è dignità umana. Ma sono ancora molti nel nostro Paese i fratelli e le sorelle, specie giovani, che mancano della dignità del lavoro. In tante famiglie, le reti sono e restano vuote”, mettono in evidenza ancora i vescovi italiani. E la Chiesa dunque vuole “farsi voce delle attese dei disoccupati e di chi sta perdendo il lavoro”.

“Si sente impellente il dovere di fondare la nostra economia su un preciso orientamento etico e antropologico che ponga sulla persona, non sul mercato da solo, la forza stessa dell’economia. Si apre una sfida per superare quella finanza che, finora, si è presentata come negazione del primato dell’uomo”. Poi due richieste precise: rispettare la domenica e coniugare i tempi di lavoro con quelli della famiglia.

“Decisivo resta il rispetto della Domenica”, sottolinea il documento dei vescovi. “In quel limite al fare, la nostra visione antropologica riscopre la forza del rispetto del fragile e del debole. Se, infatti, non si rispetta la domenica, non si avrà rispetto nemmeno per chi è disoccupato. E il lavoro diventerà schiavizzante e oppressivo, come già si vede in certe importazioni di tipo industriale, in aziende storiche che non perseguono più la strada della solidarietà, ma solo quella del profitto assoluto”, sottolinea ancora il documento.

Importante infine è coniugare “i tempi del lavoro con i tempi della famiglia, perché è da questa sorgente, vicina, unita e riconciliata, che può sgorgare un flusso vitale, capace di aiutarci a gestire questa crisi, etica, sociale ed economica”.

(di Manuela Tulli/ANSA)

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