Italicum, il governo incassa la prima delle tre fiducie

Pubblicato il 30 aprile 2015 da redazione

fiducia
ROMA. – Il governo incassa la prima delle tre fiducie poste alla Camera sulla riforma elettorale, con 352 sì, 207 no e un astenuto. il risultato ottenuto è uno dei più alti del governo Renzi, ma a rendere agra la giornata è la mancata partecipazione al voto di 38 deputati della minoranza del Pd, tra i quali spiccano big quali Enrico Letta, Pier Luigi Bersani e Rosi Bindi.

Se da parte della sinistra interna continuano a piovere parole di fuoco contro Matteo Renzi, la leadership del Pd sceglie di non drammatizzare, ed anzi parla di “ricucitura”, tanto che anche il premier apre su una modifica della riforma costituzionale del Senato. Anche perché il voto finale sull’Italicum, probabilmente a scrutinio segreto, non lascia ancora dormire sonni tranquilli all’esecutivo.

La giornata inizia con gli esponenti delle minoranze Dem che ribadiscono le critiche alla decisione del governo di porre la fiducia. Bersani usa parole che evocavano la scissione (“questo è un altro partito, non è più la ditta che ho contribuito a costruire”), scenario che però viene subito smentito. All’opposto Renzi, con una lettera al quotidiano “La Stampa”, ribadisce punto su punto la propria posizione: la fiducia è un elemento di “serietà” verso i cittadini perché blocca il voto segreto e obbliga alle decisioni alla luce del sole; e poi “dopo aver fatto modifiche, mediato, discusso, concertato, o si decide o si ritorna al punto di partenza. Se un Parlamento decide, se un governo decide, questa e’ democrazia, non dittatura”.

La minoranza Dem si è spaccata verticalmente: cinquanta deputati di Area Riformista, la componente finora guidata da Roberto Speranza, ha stilato un documento pro-fiducia mentre iniziava la “chiama” in Aula. Alla fine sono stati in 38 i deputati Pd (su 310) a non votare, tra cui Bersani, Bindi, Letta, Speranza, Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Guglielmo Epifani, Alfredo D’Attorre e Pippo Civati. A sorpresa anche tre dell’Udc hanno fatto la stessa scelta: Nunzia De Girolamo, Angelo Cera e Giuseppe De Mita, vicesegretario del partito, che ha mandato su tutte le furie gli altri dirigenti Udc.

Compatto il resto della maggioranza che ha garantito 352 sì. Un numero che ha strappato parole di apprezzamento dalla solitamente cauta Maria Elena Boschi. “Grazie di cuore ai deputati che hanno votato la prima fiducia – ha scritto Renzi su Twitter – La strada e’ ancora lunga”. La reazione in casa Pd verso i dissidenti è stata all’insegna della prudenza.

“Sono dispiaciuto per i colleghi che non hanno votato – ha detto il vice capogruppo vicario Ettore Rosato – ma sono sicuro che sapremo ricucire lo strappo”. Il vicesegretario Lorenzo Guerini, ha escluso che si seguirà “la via disciplinare perché non avrebbe senso”. Matteo Orfini, presidente del Pd, ha definito “incomprensibile” la scelta di Bersani e Letta, e li ha invitati a ritrovare “il buon senso” e a ricucire “nei prossimi giorni”.

D’altra parte nella lettera alla “Stampa” anche Renzi aveva fatto una apertura alle richieste di Bersani e Cuperlo, sulle possibili modifiche alla riforma costituzionale del Senato, all’esame di Palazzo Madama: “Ci sara’ spazio per riequilibrare ancora la riforma costituzionale facendo attenzione ai necessari pesi e contrappesi: nessuna blindatura, nessuna forzatura”.

Una mossa obbligata, perché a Palazzo Madama la minoranza Dem è determinante e potrebbe affossare la riforma. E poi, dopo le due fiducie sui due restanti articoli dell’Italicum che verranno votate domani, c’è ancora il voto finale che potrebbe avvenire a scrutinio segreto, se Fi lo chiederà. E lì è meglio arrivarci in un clima costruttivo.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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