Decano del cantiere Expo: “Siamo stati bravissimi”

Pubblicato il 04 maggio 2015 da redazione

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MILANO. – Romano Bignozzi ha settantotto anni e nessuna intenzione di andare in pensione. E’ lui l’anima del cantiere di Expo, l’uomo che, ancora oggi ad apertura avvenuta, tutti chiamano quando c’è un problema, il geometra capace di gestire il traffico di novemila operai che lavorano tutti insieme senza batter ciglio.

Non si è emozionato neanche quando alla cerimonia di inaugurazione dell’esposizione universale ha portato la bandiera italiana. Ma si è commosso per la lettera che quasi 1.500 operai hanno indirizzato al ‘capo di Expo Giuseppe Sala’ per ringraziarlo di aver mandato loro Bignozzi.

“Era una domenica mattina – ha ammesso -. Ho aperto la lettera seduto su una panchina e ho iniziato a piangere”.

Bignozzi è così. Tutti lo conoscono e lui conosce tutti. Quando è sceso dal palco il primo maggio il premier Matteo Renzi lo ha abbracciato. Quando il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha fatto la sua visita al sito che era ancora un cantiere si è fatto fare una foto con lui. E’ Bignozzi che ha portato in giro i parlamentari, ed ha anche fatto un paio incontri nelle università di Milano.

“Ai rettori ho detto che potrebbero darmi una laurea honoris causa, almeno triennale – ha raccontato -, con quello che ho fatto per Milano”. E non solo. Perito industriale, poi geometra (alle scuole serali) ha lavorato nei cantieri di mezzo mondo: alla costruzione della linea 1 della metropolitana, e poi alla linea 2, alla diga del Vajont, a buona parte delle autostrade italiane, all’alta velocità Milano-Bologna, alla Galleria del San Gottardo in Svizzera, a dighe in Venezuela, centrali idroelettriche in Sudafrica. E poi è arrivato ad Expo.

Si ricorda il giorno esatto in cui è entrato nel sito: il 12 settembre 2009 “c’erano solo prati e rovine”. Lui ha iniziato a mettere su carta tutte le fasi esecutive. “Ho pensato come nasceva l’Expo e i tempi per farla – ha spiegato – c’erano ad occhi chiusi”. Bignozzi non parla delle lotte politiche che hanno rallentato tutto. Parla solo dei lavori.

Lunghi sono stati i tempi per deviare la strada che attraversava i terreni dell’Expo, con il traffico che continuava a passare. Faticoso deviare 13 torrenti, impegnativo spostare la fognatura di sei metri di larghezza che porta al depuratore. “Abbiamo cominciato a lavorare come i matti” ha spiegato. E poi “sono iniziate le disgrazie”. E’ così che il decano del cantiere definisce gli arresti per le inchieste sugli appalti. “Devo dire che il commissario Sala è stato bravo e coraggioso. Ci ha dato una mano, dormendo quattro ore per notte”.

Intanto dentro il sito sono arrivati i Paesi: 54 che dovevano ciascuno costruire il proprio padiglione, ciascuno con 50 operai, qualcuno anche 200 arrivati tutti insieme a lavorare. Una babele in cui forse solo lui riusciva a raccapezzarsi. “Ho capito che forse ce la facevamo un paio di mesi fa, quando abbiamo avuto tanti giorni di sole di seguito – ha detto – e un mese e mezzo fa ho preparato un biglietto e l’ho messo nel portafogli. C’è scritto ‘scusateci molto, ce l’abbiamo fatta”.

La sua conclusione? “Certo potevamo fare meglio se avessimo avuto più organizzazione, soprattutto all’inizio, con tutta la burocrazia che abbiamo dovuto affrontare. Ma la verità à che siamo stati veramente bravissimi”.

(di Bianca Maria Manfredi/ANSA)

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