Papa: i potenti non vogliono la pace, vivono di guerre

Papa Francesco durante l'incontro con i 7.000 bambini nell'Aula Paolo VI organizzato dalla "Fabbrica della Pace", Città del Vaticano, 11 Maggio 2015. ANSA / GIUSEPPE LAMI

CITTA’ DEL VATICANO. – “C’è tanto bisogno di fabbriche della pace, perché purtroppo le fabbriche di guerra non mancano!”. Immergendosi nella festosa kermesse di 7.000 bambini delle scuole, appartenenti a ogni etnia e religione, papa Francesco ha risposto subito sì all’invito a diventare con loro operaio della “Fabbrica della Pace”, ricevendo anche il caschetto e il bracciale onorari del progetto educativo celebrato oggi nell’Aula Paolo VI.

E sollecitandoli a operare giorno per giorno per “costruire” la pace, nel rispondere alle loro domande ha lanciato strali contro “l’industria della morte” e contro i “potenti” che “vivono di guerre”. “Perché tante persone potenti non vogliono la pace? – ha chiesto – Perché vivono sulle guerre! L’industria delle armi: questo è grave! I potenti, alcuni potenti, guadagnano con la fabbrica delle armi, e vendono le armi a questo Paese che è contro quello, e poi le vendono a quello che va contro questo… E’ l’industria della morte! E guadagnano”.

“Voi sapete – ha proseguito Bergoglio -, la cupidigia ci fa tanto male: la voglia dio avere più, più, più denaro. Quando noi vediamo che tutto gira intorno al denaro – il sistema economico gira intorno al denaro e non intorno alla persona, all’uomo, alla donna, ma al denaro – si sacrifica tanto e si fa la guerra per difendere il denaro”. E per questo, secondo il Pontefice, “tanta gente non vuole la pace. Si guadagna di più con la guerra! Si guadagnano i soldi, ma si perdono le vite, si perde la cultura, si perde l’educazione, si perdono tante cose. E’ per questo che non la vogliono. Un anziano prete che io ho conosciuto anni fa diceva questo: il diavolo entra attraverso il portafogli. Per la cupidigia. E per questo non vogliono la pace!”.

Il Papa ha parlato interamente a braccio, rispondendo a 13 domande dei ragazzi e mettendo da parte il discorso preparato. Nella Sala Nervi ha salutato anche Emma Bonino, parlandoci per qualche istante, che aveva reso noto nei giorni scorsi che il Primo Maggio Bergoglio l’aveva chiamata per informarsi del suo stato di salute e per incoraggiarla “a tenere duro”.

Per Francesco, comunque, “la pace si costruisce ogni giorno”, “non è un prodotto industriale, è un prodotto artigianale”. Inoltre essa non significa solo “che non ci siano le guerre, ma anche che ci sia la gioia, che ci sia l’amicizia fra tutti, che ogni giorno si faccia un passo avanti per la giustizia, perché non ci siano bambini affamati, perché non ci siano bambini malati che non abbiano la possibilità di essere curati”. la vera pace, ha insistito, “è lavorare perché tutti abbiano la soluzione ai problemi, ai bisogni che hanno nella loro terra, nella loro patria, nella loro famiglia, nella loro società. Così si fa la pace – come ho detto – ‘artigianale'”. Sottolineando poi che “tutti abbiamo gli stessi diritti” e “quando non si vede questo, quella società è ingiusta”, il Papa ha lanciato quello che può essere lo slogan della giornata, facendolo ripetere più volte in coro ai settemila ragazzi: “Dove non c’è la giustizia, non c’è la pace!”, una frase che appare come presa di peso dalla “Pacem in terris” di Giovanni XXIII.

Nel dialogo con i bambini, Francesco ha rivelato che “anch’io ho litigato tante volte, anche adesso… Mi riscaldo un po’, ma cerco sempre di fare la pace insieme. E’ umano litigare. L’importante è che non rimanga, che dopo ci sia la pace”. Poi, “tante volte vorrei un po’ di tranquillità, riposarmi un po’ di più, ma stare con la gente non toglie la pace. Stanca un po’, e io non sono un giovanotto, ma non toglie la pace”. E’ ritornato anche sul fatto, come disse già a Manila, che “non c’è risposta alla domanda sul perché soffrono i bambini”, e comunque non gli piace “dire che un bambino è disabile”, ma piuttosto che “ha una abilità differente”. Infine, per il Papa, “Dio perdona tutto”, invece “siamo noi a non saper perdonare”, ed “è più facile riempire le carceri che aiutare ad andare avanti chi ha sbagliato nella vita”.

Citando una canzone degli Alpini ha detto che “la vittoria non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto”: “Tutti cadiamo, tutti sbagliamo. Ma la nostra vittoria su noi stessi e sugli altri – per noi stessi – è non rimanere ‘caduti’ e aiutare gli altri a non rimanere ‘caduti’. E questo è un lavoro molto difficile, perché è più facile scartare dalla società una persona che ha fatto uno sbaglio brutto e condannarlo a morte, chiudendolo all’ergastolo… Il lavoro deve essere sempre quello di reinserire, non rimanere caduti”.

(di Fausto Gasparroni/ANSA)

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