Primarie, da idea vincente a boomerang per i Democratici

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ROMA. – Erano l’elemento costitutivo del Pd, e ne sono diventate una delle cause scatenanti dei conflitti interni. Sono le primarie, che anche oggi hanno fatto arrabbiare Matteo Renzi, per il nuovo sgambetto annunciato dalla minoranza del Pd dopo l’esito di quelle in Liguria. Il vicepresidente uscente della Regione, Claudio Montaldo, ha annunciato infatti che farà campagna per il voto disgiunto: quello di lista al Pd, ma il voto per il candidato Governatore a Pastorino.

“Se perdi le primarie – ha detto Renzi – non scappi col pallone”. Ma sono le primarie stesse ad essere contestate dalla minoranza, come spiega Alfredo D’Attorre, che preferirebbe un congresso tradizionale tra i soli iscritti. “Le primarie – dice D’Attorre – possono essere uno strumento di partecipazione di una comunità che condivide una visione della società; ma se salta la struttura organizzativa e la concezione condivisa della società, allora diventano una ordalia. Su tutti i temi fondativi del Pd, dal lavoro alla Costituzione, oggi non c’è più una condivisione interna. Il Pd è solo il luogo in cui si vince, indipendentemente dai contenuti”.

La colpa è di Renzi che “ha messo in discussione tutti i valori condivisi: è rimasto solo lo scheletro delle primarie, a servizio di qualsiasi padrone. E sono a servizio anche di una concezione plebiscitaria. Di fatto nel nostro partito non c’è congresso su tesi contrapposte. Il modello è l’investitura del leader: si sceglie il leader ma non la linea politica”. Dopo le regionali, aggiunge D’Attorre, serve “un momento in cui sentire i nostri iscritti sulla linea politica”. Insomma gli iscritti e non tutti gli elettori.

“Da noi nelle Marche – obietta la renziana Alessia Morani – le primarie sono state un momento di grande partecipazione. Subito dopo l’annuncio dei risultati c’è stato il riconoscimento delle vittoria e si è cominciato a lavorare tutti insieme. Un Partito è maturo se c’è uno spirito di appartenenza, e dove l’interesse del Pd è superiore al proprio personalismo e alla propria vittoria”.

Stella Bianchi è una delle poche parlamentari veltroniane e non può che difendere le primarie: “se sono aperte, se hanno regole trasparenti, allora funzionano; a meno che chi perde non si senta parte di una comunità, come alcuni della minoranza. Ma è incomprensibile perché il Pd ha infinite occasioni di confronto, sia nel partito che nei gruppi”.
Ettore Rosato, vicecapogruppo alla Camera invita a capovolgere il dibattito: “se non ci fossero state le primarie i problemi sarebbero sorti ugualmente. Il problema di fondo solo le divisioni, e se non si ricompongono, è bene che scelgano gli elettori”.

Arturo Parisi, padre delle primarie, sottolinea che se in alcuni casi ci sono stati problemi in “centinaia” di altre sono state un successo. Milano è “esemplare”. Pisapia non solo le vinse – ricorda Parisi – ma coinvolse gli sconfitti prima nella campagna elettorale e poi nella Giunta. La natura unitaria del processo rappresento’ uno dei contributi alla costruzione della coalizione. Ma anche a Genova o Cagliari e’ andata allo stesso modo”. Insomma calma prima di buttare le primarie, perchè “siamo solo all’inizio dell’inizio”.
(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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