Italianismi in Venezuela

Pubblicato il 17 maggio 2015 da redazione

Prof.ssa Iriana Malaver

Sappiamo che l’interferenza, azione di un sistema linguistico su un altro e gli effetti provocati dal contatto tra lingue, è uno dei fattori del mutamento diacronico delle lingue. Ci sono, inoltre, diversi tipi di interferenze: i calchi, siano strutturali oppure semantici; adattamento di forestierismi che dipendono dall’influenza esercitata dalla lingua ricevente nello sforzo di adeguare il termine straniero alle sue strutture fonomorfologiche; e i prestiti. Quest’ultimi sono la riproduzione di elementi che riproducono nella forma e in un suo specifico significato un modello straniero. Infatti, in una pubblicazione nell’Enciclopedia Treccani da Massimo Fanfani, associato di Storia della lingua italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, si dice che «i prestiti progressivamente vengono integrati nel sistema lessicale, tanto da non essere più riconosciuti come tali». Nella ricerca si parla anche del grado di somiglianza tra le lingue giacché se presentano affinità nelle strutture fonomorfologiche e lessicali, di solito riescono a influenziarsi maggiormente ed è dovuto al fatto che è più facile identificare gli elementi dell’una che possono essere mutuati dall’altra. Precisamente questa interferenza è molto evidenziata fra lo spagnolo e l’italiano per essere lingue così vicine. Tuttavia, questo scambio non rappresenta un aspetto negativo nelle lingue, contrariamente Fanfani aggiunge una frase molto interessante:

– Il prestito costituisce una straordinaria risorsa che la lingua possiede per arricchirsi e rinnovarsi.

Prima di approfondire sull’argomento dell’influenza dell’italiano nello spagnolo, specificamente nello spagnolo venezuelano, facciamo un po’ di storia dell’istituto incaricato dello studio dello spagnolo di Venezuela, l’Istituto di Filologia “Andrés Bello” (IFAB) creato nel 1947. La direttrice, Irania Malaver, dottoressa in linguistica applicata nell’Universidad de Alcalà de Henares e magister in linguistica dell’Universidad Central de Venezuela, ci parla dell’istituto.

– È l’istituto di ricerca della Facultad de Humanidades dell’Universidad Central de Venezuela. E’ stato fondato dal decano di quell’epoca Mariano Picón Salas che fece un invito al professore Ángel Rosenblat per avviare un istituto della lingua venezuelana e dello spagnolo nella sua totalità. Da quell’epoca – continua la prof.ssa Malaver ‒ l’istituto si è dedicato principalmente alla ricerca lessicografica. Infatti, parte della ricerca del prof. Rosenblat è stata la documentazione dell’uso lessico proprio del dialetto venezuelano; così una gran quantità di ricercatori hanno aiutato nella documentazione di quel lessico. Tutta questa ricerca dà origine al famoso schedario dell’istituto, il quale è composto di schede di cartone, come parte del lavoro che si faceva in quei giorni, per documentare l’uso della parola. Grazie a tutte quest’indagini s’è potuto creare un dizionario di “venezolanismos”.

L’istituto non ha perso oggi quell’essenza giacché continua a fare lavori di lessicografia e anche lavori sociolinguistici, ma si è rinnovato con altre metodologie. Come racconta la prof.ssa Malaver, «l’istituto è riconosciuto internazionalmente per esser stato uno dei primi in partecipare nella raccolta di un corpus di “habla urbano” delle principali città di “hispanoamerica” (Santiago de Chile, La Paz, Messico D.F, Las Canarias, ecc); e l’ultimo Corpus sociolinguistico del “habla de Caracas” fa anche parte di un progetto internazionale, che abbiamo coordinato insieme alla prof.ssa Paola Bentivoglio».

Abbiamo colto l’opportunità di chiederle anche come funziona quel fenomeno tra le lingue: – Il cammino di ogni parola che cerca un luogo in un’altra lingua comincia con i prestiti. Questo processo comincia sempre per le necessità comunicative della comunità. Quel senso può essere tecnologico, politico, economico, emozionale, emotivo e a volte un po’ di tutto. Nelle lingue –aggiunge la Prof.ssa ‒ non ci sono razionalità esterne nei propri parlanti. Ad esempio, in un corte sincronico le persone non sapranno che “mezzanina” è una parola straniera.

In un articolo il prof. Ángel Rosenblat, pubblicato nel quotidiano El Nacional nel 1958, parla dell’influenza dell’italiano nel lessico venezuelano; infatti, nomina tre personaggi molto importanti non solo nella storia del nostro paese ma anche nell’arricchimento della lingua.

– La lingua è sempre il riflesso di rapporti sociali e culturali. Dal XVIII secolo si cominciano ad ascoltare nomi italiani nell’attività pubblica del Venezuela. Prima, dobbiamo ricordare quello di Filippo Salvatore Gilii, il gran missionario che ha trascorso più di diciotto anni nell’Orinoco e ha lasciato un’opera molto importante […] Secondo, quello di Giovanni Francesco Calcagno, il padre di Juan Bautista Calcaño, amico di Bolívar, che inaugura la ricca dinastia dei “Calcaños” chiamati a regnare nella musica, nella poesia e in quasi tutte le manifestazioni del nostro mondo culturale. In terzo luogo, Agustín Codazzi, con le opere geografiche e cartografiche di più di un secolo che conservano ancora gran parte del loro straordinario valore.

Il prof. Rosenblat menziona alcune parole di origine italiana che in quell’epoca facevano già parte del dialetto venezuelano: “piñata”, “bolas criollas”, “floristería”, “pasticho”, “pizza”, “espagueti”, “mozzarela”, “parmesano”, “antipasto”, “nona/o” (quest’ultimo usato principalmente a Trujillo e a Barinas), ecc.

Da un lato, il fatto che queste parole abbiano “penetrato” nell’immaginario collettivo fa parte dell’esistenza stessa del contatto fra lingue, ma in alcuni casi, le circostanze sociali determinano che questo fenomeno sia presente in certi settori dei parlanti e in altri, invece, no.
Da un altro, i valori che una comunità di parola crea in relazione a una lingua garantisce anche la creazione di cosmi e subcosmi linguistici. Quest’ultimo è un processo lento, ma dinamico e il grado di integrazione di questi cosmi nelle strutture della lingua «dipende da diversi fattori, ma anzitutto dal modo in cui si stabilisce il rapporto d’interferenza», afferma Malaver. “L’accomodamento” di un o un altro vocabolo verrà determinato da vari processi morfologici, sintattici, semantici e culturali che le faranno entrare in un nuovo paradigma perché “si ispanizza”, non soltanto nella pronuncia ma anche nella formazione dei plurali.

Ma perché le lingue cambiano? Iriana Malaver commenta:

– Mescolare è iconico. Le lingue non si fondono così velocemente come crediamo. Il tempo è un fattore importante. Probabilmente la terza o la quarta generazione dei parlanti saranno quelli che assimilino e normalizzino le strutture che penetrano dal paradigma della lingua di destinazione. Le lingue cambiano e si mescolano per via delle dinamiche umane per motivi storici, a volte in forma colletiva oppure individualmente.

Il processo dipenderà anche dallo status dei parlanti e delle lingue che sono in contatto. Le circostanze sociali dei parlanti di una lingua si trasferiscono alla lingua di destinazione, anche se, molto spesso, i parlanti non si rendono conto dello status sociale che la propria lingua fornisce. Questo, nell’opinione di Malaver, forma parte delle “idealizzazioni culturali che passano per interessi economici e pure politici. Una lingua con uno status economico molto importante è l’inglese e, recentemente, il cinese; mentre l’italiano ed il francese hanno uno status piuttosto culturale”. Abbiamo, allora, ragioni funzionali e ragioni emotive per imparare una lingua.

I mutamenti esistono dalle innovazioni, e l’innovazione è tutto quello che è contro le norme in un momento determinato. Le necessità comunicative dell’immaginario sociolinguistico preciseranno la nascita di una parola, di una forma o di una variazione che poi si introdurrebbero in una lingua.
In termini descrittivi, insomma, quando parliamo della questione della lingua italiana in Venezuela, parliamo di persone che hanno l’italiano come lingua madre e che in situazione di contatto incorporano inevitabilmente parole oppure strutture grammaticali. Di questi processi, che hanno luogo nella comunità italo-venezuelana, si contano sulle dita di una mano quelli che veramente rimangono ancora. Lo spagnolo, in realtà, non ha sofferto mutamenti (ad eccezione di alcune parole assimilate nel lessico) riguardo alla struttura della lingua dovuti al contatto con l’italiano. In quest’ultimo, invece, possono darsi alcuni casi di processi linguistici all’interno della comunità che, però, potremmo valutare non prima delle prossime due generazioni.

(Arianna Pagano e Yessica Navarro/Voce)

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