Il Venezuela ritira depositi dal Fmi. Verso la “dollarizzazione” dell’economia?

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In teoria, almeno in teoria, si sarebbe ormai agli sgoccioli. Quando un paese, piccolo o grande che sia, ha bisogno di metter mano alle Riserve Internazionali conservate nei forzieri della Banca Centrale o, ancor peggio, di attingere a quelle affidate al Fondo Monetario Internazionale, allora vuol dire che si è all’osso. Insomma, che la crisi, di là dalle dichiarazioni rassicuranti del governo, ha superato i limiti di guardia. Straripato. Si potrebbe pensare, quindi, che si è toccato fondo e che, ormai, non si può che risalire la china.
Come un fulmine a ciel sereno. La notizia è rimbalzata dai siti qualificati alle riviste specializzate e da queste alle agenzie di notizia e al resto dei “mass-media”. Il Venezuela ha ritirato 383 milioni di dollari dalle riserve depositate nel Fondo Monetario Internazionale. Nessuna reazione ufficiale. Nessuna smentita. D’altronde la notizia è stata pubblicata nel sito ufficiale del Fondo Monetario Internazionale. E chiunque in possesso di un computer e di una linea internet vi può accedere. A quanto pare, i 383 milioni di dollari ritirati, parte dei Diritti Speciali di Prelievo che a loro volta appartengono alle Riserve del Paese nell’organismo di Washington, sarebbero stati destinati al pagamento di alcune importazioni. Nessuna dichiarazione, nessuna spiegazione. Solo silenzio. A marzo di quest’anno, se ci atteniamo a quanto reso noto sul sito dell’organismo multilaterale, il Venezuela aveva circa 2 miliardi 250 milioni di dollari. Ad aprile, la cifra era scesa a poco più di un miliardo 980 milioni di dollari. Erano quindici anni circa che il Venezuela non realizzava prelievi dal suo forziere nel Fmi.
Preoccupazione e perplessità. Preoccupazione e perplessità alimentate dal silenzio “ufficiale”. I 383 milioni di dollari ritirati dai depositi del Fmi si sommano alla valuta prelevata dalle Riserve Internazionali depositate nella Banca Centrale. Quest’ultime sarebbero oggi poco meno di 18 miliardi di dollari. Un livello che non si raggiungeva dal 2003. Ma allora c’era un’attenuante: ancora si soffrivano gli strascichi dello sciopero generale e del tentativo di “golpe”. Due avvenimenti che avevano scosso la società venezuelana e richiamato alla prudenza gli investitori internazionali che guardavano, e purtroppo guardano ancora, il paese con diffidenza.
Nell’ottobre del 2013, il vice-presidente dell’Area Economica, Rafael Ramírez, sosteneva che il livello ottimo di Riserva Internazionale era di 29 miliardi. Negli ultimi dieci anni, la quota media è stata di 28 miliardi. E a gennaio del 2009 è stato anche raggiunto il “top” di 43 miliardi. Ma negli ultimi mesi il livello è andato scemando progressivamente. La firma JPMorgan, in un recente rapporto, segnalava con preoccupazione che le Riserve Internazionali del Venezuela hanno subito una riduzione del 25 per cento, collocandosi al di sotto dei 18 miliardi.
Le Riserve Internazionale rappresentano la copertura dei bolìvares che circolano nel torrente monetario della nazione. Non sono il risparmio della nazione, almeno non solo quello. Sono la valuta indispensabile per difendere la moneta nazionale. Se la posizione in oro, la valuta pregiata o i titoli del Tesoro che rappresentano nel loro complesso le Riserve Internazionali hanno livelli adeguati, la moneta nazionale non corre nessun pericolo; non è in balia degli speculatori. In caso contrario, ed è quanto sta accadendo in Venezuela, la svalutazione è una “spada di Damocle”. E, in occasioni, inevitabile. Le Riserve Internazionali del Paese, per il 96 per cento, provengono dalla vendita del greggio e dipendono dagli alti e bassi dei prezzi del barile di petrolio nei mercati internazionali. E’ questo un altro aspetto preoccupante dell’economia venezuelana. Le amministrazioni dell’estinto presidente Chávez prima e del presidente Maduro, ora, non sono riuscite a ridurre la dipendenza dell’economia dal petrolio. A dispetto delle promesse fatte e delle rimbombanti frasi con sapore a demagogia, poi trasformate in slogan altrettanto impattanti, le tradizionali catene che hanno da sempre legato il futuro dell’economia a quello del petrolio non sono state rotte. Anzi, oggi il paese è ancor più dipendente dall’oro nero. I numeri parlano chiaro.
E’ ovvio, dunque, che metter mano alle Riserve Internazionali trasmette ai mercati messaggi inquietanti e riflette la crisi del Paese. Sono elementi, questi, ai quali gli investitori internazionali stanno molto attenti e sono molto sensibili. Quanto sta accadendo oggi in Venezuela indicherebbe ai capitani d’industria stranieri, che vorrebbero investire, che il paese è inaffidabile. Non solo, determina indirettamente pressioni sulla moneta. Insomma, indebolisce il bolìvar.
Di fronte a una realtà preoccupante come quella che oggi si vive, il governo del presidente Maduro si è limitato ai soliti messaggi propagandistici e alla denuncia di una presunta guerra economica che starebbe all’origine di tutti i mali. Intanto, il deficit venezuelano cresce. E quest’anno potrebbe essere di 12 miliardi di dollari, sempre quando il prezzo medio del barile di greggio si dovesse mantenere sui 54 dollari. La necessità di valuta per coprire il “gap” è pressante. Fino ad ora, il paese sarebbe riuscito attraverso accordi e meccanismi di credito a racimolare poco meno della metà del deficit. Circa un miliardo, poi, lo avrebbe ottenuto dal Citibank ipotecando parte delle riserve in oro. Inoltre, un miliardo e 900 milioni sarebbero stati consegnati dalla Repubblica Domenicana. Altra valuta pregiata probabilmente si otterrà dalla Cina e dalla riduzione delle esportazioni petrolifere a prezzi scontati a Petrocaribe. Altro ancora da probabili accordi con Jamaica. Ma anche così, stando agli esperti in materia, sarà assai difficile coprire tutto il deficit, specialmente in un anno elettorale.
E mentre la notizia recente del prelievo di valuta dal Fmi preoccupa politici ed economisti, sorprende la decisione dell’esecutivo del presidente Maduro di permettere a Ford Motor di vendere le proprie vetture in dollari. Il sindacato dell’importante azienda americana è stato colto di sorpresa, non essendo stato consultato. La prima reazione è stata quella di accettare di buon grado la decisione del governo poiché orientata a salvare l’industria automobilistica. Dopo alcuni giorni di riflessione, però, ha rilevato che se l’azienda vende in valuta pregiata è allora giusto che anche gli operai siano pagati con la stessa moneta. E ha affermato che un salario giusto sarebbe di otto dollari al giorno. C’è da attendersi quindi, in futuro, decisioni simili per altre industrie e di conseguenza probabili agitazioni sindacali.
La vendita dei beni in dollari non risolve i problemi dell’economia. Al contrario, potrebbe aggravarli confondendo il consumatore e alimentando la speculazione. Stando agli esperti questi provvedimenti sarebbero frutto di decisioni erronee, di decisioni prese in ritardo o non prese affatto. Vendere un prodotto in dollari, poi, non vuole dire che si sia di fronte ad un processo di dollarizzazione dell’economia ma senz’altro invia un messaggio sbagliato.
Come l’economia anche la politica è in costante agitazione. E, in questa occasione, in primo piano sono le primarie della “Mesa de la Unidad Democratica” (Mud), l’eterogenea alleanza dell’opposizione. La partecipazione alle primarie dell’Opposizione non è stata massiccia ma neanche scarsa. Come nelle attese. D’altronde le primarie si sono svolte solo in alcune circoscrizioni elettorali, quelle in cui è stato possibile alla Mud raggiungere un accordo sui candidati alle parlamentarie. Hanno votato 543mila 743 persone; il 7,4 per cento dell’universo di elettori.
Dai primi risultati, è evidente che Primero Justicia ha collocato il maggior numero degli aspiranti superando Voluntad Popular e Acciòn Democratica.
Nel Distretto Capitale si sarebbe imposto Josè Luis Abreu (Vp) e Josè Guerra (Pj); nello Stato Tachira, l’ex Sindaco Daniel Ceballo e Gabriella Arellano (Vp) e nello Stato Carabobo, Idilio Abreu (Unt), William Gil (Cuentas Claras), Isaac Pèrez e il connazionale Enzo Scarano(Vp).
L’ex sindaco di San Diego, l’italo-venezuelano Enzo Scarano, recentemente tornato in libertà dopo più di 10 mesi in carcere per non aver obbedito, lo scorso anno, ad una decisione del Tsj che gli ordinava di reprimere i protagonisti delle barricate nel suo Comune, s’impone ancora una volta in un processo elettorale, anche se per il momento solo interno. Avrà comunque modo di misurarsi con gli avversari politici tra non molto, visto che pur senza fissare una data precisa, il Consiglio Nazionale Elettorale ha stabilito che le elezioni per il rinnovo del Parlamento si faranno nell’ultimo trimestre dell’anno.

(Mauro Bafile/Voce)