Isis prende Palmira: civili in fuga, spostati i reperti

JIHADISTI  A PALMIRA, ISIS CONQUISTA RAMADI

NEW YORK. – Lo Stato Islamico ha preso il controllo di Palmira. Dopo Ramadi, in Iraq, ha conquistato la quasi totalità della strategica città siriana situata tra Homs e Deyr az Zor, a pochi chilometri dalle spettacolari rovine romane patrimonio dell’Unesco. Centinaia di civili sono in fuga, l’ospedale è stato evacuato, e dopo furiosi combattimenti nei pressi dell’aeroporto, le forze filogovernative hanno avuto la peggio e si sono ritirate.

Ed ora aumentano i timori per le sorti del famoso sito archeologico dal quale, ha annunciato il direttore del Dipartimento delle antichità siriano, sono state rimosse centinaia di statue e di preziosi reperti: la paura ovviamente è che i jihadisti le riducano in polvere, come hanno fatto a Ninive, Hatra e Nimrud, arrivando ad usare i bulldozer per radere al suolo le rovine.

Davanti a quella che sembra un’avanzata inarrestabile dei jihadisti, gli Usa cercano di correre ai ripari rivedendo la strategia, con Barack Obama costretto a constatare come la campagna di raid aerei e addestramento ed equipaggiamento delle forze irachene non funzioni. Sulla scia dell’umiliante sconfitta subita dalle forze irachene a Ramadi, il Commander in chief americano ha convocato un ‘consiglio di guerra’ urgente alla Casa Bianca “per discutere la situazione in Iraq e la strategia per far fronte alla minaccia posta dall’Isis”.

Per una valutazione globale della situazione Obama ha riunito attorno al tavolo oltre venti suoi diretti collaboratori, tra cui il capo del Pentagono Ashton Carter, il segretario di Stato John Kerry, il direttore della Cia John Brennan e, in videoconferenza, l’ambasciatore Usa in Iraq Stuart Jones e il generale Lloyd Austin, capo dello US Central Command. La Casa Bianca ha cercato di ridimensionare la portata della riunione.

“Non è in corso alcuna revisione formale della strategia. Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale si incontra regolarmente. Non ho cambi da annunciare”, ha minimizzato il portavoce Eric Schultz. Ma resta il fatto che un altro portavoce di Obama, Josh Earnest, ha dovuto riconoscere che la caduta di Ramadi, capoluogo della turbolenta provincia sunnita di al Anbar, a meno di 100 chilometri da Baghdad, rappresenta “certamente una battuta d’arresto”. Un’espressione usata anche dal Pentagono.

Per riprendere slancio, Obama punta ancora sul premier iracheno al Abadi, benedicendo la decisione del governo iracheno “di sviluppare un piano consolidato per riprendere Ramadi, con tutte le forze associate sotto il comando iracheno”. Ovvero, col contributo delle milizie sciite, in gran parte finanziate dall’Iran, elemento di pesante frizione interconfessionale con gli stessi sunniti di al Anbar.

Un aspetto denunciato dai falchi a Washington, che da tempo criticano la gestione della guerra da parte di Obama e insistono per una strategia più aggressiva. Come il senatore repubblicano John McCain, secondo il quale Ramadi “non sarà liberata dagli americani, per come gestisce la cosa questa amministrazione. Saranno le milizie sciite che andranno avanti, sponsorizzate e equipaggiate dall’Iran”.

Anche George Pataki, ex governatore di New York, che a giorni dovrebbe andare ad ingrossare la pattuglia di aspiranti candidati repubblicani alla Casa Bianca, non ha dubbi: la strategia di Obama è debole. “Io – ha detto – userei tutta la nostra forza aerea, tutto, dai missili Tomahawk fino a qualsiasi cosa necessaria”.

(di Stefano de Paolis/ANSA)

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