Comune Biellese difende i “suoi” profughi, no all’espulsione

Pubblicato il 20 maggio 2015 da redazione

profughi

BIELLA. – Le loro storie assomigliano a quelle di tutti gli altri immigrati che negli ultimi mesi hanno trovato rifugio in Italia. Prigionieri in Mali e poi in Libia, per fuggire a violenze e povertà sono stati costretti ad attraversare il Mediterraneo su barche improvvisate e sono poi finiti in Piemonte, a Pettinengo. Dove in 14 mesi hanno sconfitto la diffidenza che di solito li accompagna. Tanto che ora l’intero paese, 1.500 anime in provincia di Biella, si mobilita per quelli che sono diventati i “suoi” profughi. E con un appello al ministro Alfano, chiede che non vengano espulsi.

A 14 mesi dall’arrivo, solo per quattro di loro è stata accolta l’istanza di protezione internazionale, tre per motivi umanitari e uno per protezione sussidiaria. Bocciata, invece, la richiesta di tutti gli altri, 16 in tutto, sia dalla Commissione Territoriale che dal Tribunale di Torino. Per loro, ritornati clandestini, stanno per spalancarsi le porte dell’espulsione.

“Qualcuno già nei prossimi giorni, gli altri a giugno”, spiega il sindaco, Ermanno Masserano. Che non ci sta: “Si tratta di giovani tra i 20 e i 35 anni, alcuni sono laureati, ragazzi gentili che si sono dati da fare quando c’era bisogno”. Ospiti dell’associazione Pacefuturo, in collaborazione con il consorzio Filo da Tessere e con l’amministrazione comunale, lo scorso inverno si sono occupati dello sgombero della neve, alcuni hanno effettuato la pulizia dei giardini e delle aree verdi e altri ancora hanno dato lezioni di inglese nelle scuole.

“E non ci hanno mai chiesto un euro”, sottolinea il primo cittadino che, con il parroco, don Ferdinando Gallu, e all’associazione Pacefuturo, ha chiesto alla senatrice della zona, Nicoletta Favero (Pd), di intervenire. “Il sistema dell’accoglienza e della gestione di chi richiede protezione internazionale nel nostro Paese, presenta, a mio parere, diverse criticità note sia alle istituzioni nazionali sia a quelle locali – commenta la Favero, che sul caso ha presentato un’interrogazione al ministro Alfano -.

Le commissioni territoriali sono ancora poche in tutta Italia, nonostante il continuo afflusso di immigrati. Ciò rallenta l’iter burocratico che attualmente si attesta nei tempi medi di oltre due anni, con costi crescenti a carico della collettività e un importante investimento di risorse umane ed economiche che i percorsi di integrazione per gli stranieri richiedono, ma che si rivelano inutili nel caso di espulsione. Un altro problema è quello legato alla disparità nella valutazione delle richieste; spesso due persone che presentano presso lo stesso Tribunale le medesime documentazioni, ricevono pronunciamenti diversi”…

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