I segreti di Nixon, che tentò di sabotare la pace in Vietnam

Pubblicato il 21 maggio 2015 da redazione

Presidential Adviser Henry Kissinger gestures as he talks with President Nixon

NEW YORK . – Richard Nixon, durante la campagna presidenziale del 1968, avrebbe tentato di sabotare i colloqui di pace che avrebbero potuto portare alla fine della guerra in Vietnam. E’ più di un sospetto se si guarda alle carte segrete del presidente divenuto poi tristemente famoso per lo scandalo del Watergate.

I documenti che testimonierebbero questa sua tendenza all’intrigo, fin dai tempi in cui era candidato alla Casa Bianca, sono stati rinvenuti tra gli scaffali degli archivi della Nixon Presidential Library, a Yorba Linda, in California. Mostrerebbero come prima del voto che incoronò Nixon trentasettesimo presidente degli Stati Uniti, il candidato repubblicano avesse in testa un obiettivo ben preciso: negare al suo avversario democratico, Hubert Humphrey, il vantaggio politico di un accordo sulla questione vietnamita. Accordo che sarebbe stato visto come un successo del presidente uscente, il democratico Lyndon Johnson.

Così – come rivela un memo scritto nel 1970 per Nixon dal suo assistente personale, Tom Charles Houston – si scopre che un emissario segreto della campagna del candidato repubblicano parlava regolarmente col governo sudvietnamita, invitandolo a rinviare ogni velleità di accordo col Vietnam del Nord. Con Nixon alla Casa Bianca – era la promessa – avrebbero potuto strappare un’intesa molto migliore.

A mettere in contatto l’emissario con gli interlocutori giusti a Saigon era una certa Anna Chennault, attivista repubblicana molto vicina a Nixon e in collegamento con i leader sudvietnamiti più influenti. Quando Lyndon Johnson venne a sapere del “Chennault Affair” andò letteralmente su tutte le furie per l’inammissibile intromissione di Nixon nella delicata partita dei negoziati sul Vietnam.

Dai documenti emerge come il presidente arrivò a definire il candidato repubblicano come “un sovversivo”. E non aveva tutti i torti, visto che la legge federale vieta ai privati cittadini di interferire sul lavoro della diplomazia Usa. Lo scontro fu durissimo. Gli uomini di Nixon puntarono a loro volta il dito su Johnson, che a loro dire voleva fermare le bombe in Vietnam solo per favorire il candidato democratico Humphrey. E accusavano la Casa Bianca di sorvegliare e di intimidire Nixon.

Quest’ultimo fu a lungo preoccupato, una volta eletto presidente, che le sue trame per boicottare i colloqui di pace in Vietnam potessero venire alla luce. E – come già scrisse in un libro lo storico Ken Hughes – ordinò di fare irruzione nella sede della Brooking Institution di Washington, dove si credeva venissero conservate le carte del “Chennault Affair”. Carte che avrebbero dovuto essere trafugate. L’irruzione e il invece furto non avvennero, a differenza di quanto accadde poi negli uffici del Partito democratico situati nel complesso del Watergate: l’episodio da cui iniziò la fine della presidenza Nixon.

(di Ugo Caltagirone/ANSA)

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