Barbara Faedda: “Non è casuale che ci sia stato il Rinascimento in Italia”

Pubblicato il 28 maggio 2015 da redazione

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NEW YORK: Incontriamo Barbara, direttore associato dell’Italian Academy for Advanced Studies della Columbia University, in uno degli edifici della Columbia University, la Casa Italiana, e sembra di trovarsi in un museo. Si nota fin da subito l’attenzione per i dettagli e un senso estetico in linea con la passione di Barbara: la cultura e l’arte.

La Casa Italiana è stata la prima e la più famosa istituzione per la promozione della cultura italiana degli Stati Uniti, inaugurata nel 1927. Ciò che colpisce sono due sale in particolare: il teatro, e la biblioteca. Luoghi fantastici per i fortunati che potranno accedervi. Ed è interessante capire come questo edificio si allinei perfettamente con la personalità di Barbara e con il suo amore per l’estetica, per l’arte e per il suo paese di origine. Amore che cerca di trasmettere qui alla Columbia University

– Raccontami il percorso che ti ha portato alla Columbia University.

– Sono nata a Roma, laureata alla Sapienza in lettere, indirizzo antropologico. Poi ho preso il dottorato di ricerca in Antropologia Giuridica e Scienze sociali. Tra laurea e dottorato ho avuto un’esperienza particolare perché ho lavorato per tre anni da Fendi, volevo capire come funziona il mondo delle aziende. E’ stato molto interessante e istruttivo, ma mi sono resa conto che non era quello il mio interesse principale, quindi sono tornata all’Università.

– Come mai hai scelto Fendi?

– Mi piaceva, come a molti, il mondo della moda, e mi incuriosiva vederlo più da vicino. Mi chiesero di sostituire una maternità, e poi sono rimasta. Mi ha sempre affascinato il gusto dell’estetica, arte, design. Infatti agli studenti della Columbia insegno anche corsi su Italian Food, Fashion and Design. Sono corsi di antropologia, racconto il senso culturale del vestirsi, dell’apparire. Gli studenti lo trovano molto interessante perché capiscono l’Italia da un punto di vista più approfondito rispetto al solito stereotipo di “Italia uguale pizza e pasta”, scoprono che c’è molto di più, imparano a conoscere l’Italia da un punto di vista culturale.

– Quindi ti è servita questa esperienza da Fendi per il tuo lavoro.

– Molto, scrissi anche un libro, “I mille volti della moda”, in cui raccontavo dal mio punto di vista cos’è la moda, cosa significa per chi ama il gusto italiano, che è qualcosa di molto profondo. Non è casuale che ci sia stato il Rinascimento in Italia.

– Insegni altri corsi oltre Food Fashion And Design?

– Insegno corsi di Antropologia dell’Italia Contemporanea presso il Dipartimento di Italiano, i temi sono diversità, immigrazione, pluralismo. Qui all’Italian Academy il programma è interdisciplinare, noi abbiamo scienziati, biologi, storici dell’arte, abbiamo di tutto. Non abbiamo studenti, ma fellows, sono persone che vincono una borsa di studio per fare ricerca. Riceviamo più di 250 domande ogni anno per circa 20 posti.

– Raccontami della prima volta in cui hai visto New York.

– Ero una turista, nel 1993. Ho fatto proprio la turista, Times Square, Moma….La prima volta mi aveva frastornata, mi sembrava di aver solo assaggiato New York, non avevo colto l’essenza della città, non mi aveva colpito molto. La seconda volta a New York mi ha cambiata, l’energia di questa città è unica. C’era qualcosa che mi incuriosiva tanto, qualcosa che stavo cercando e non trovavo in Italia, e che New York poteva offrirmi. Avevo appena finito l’esperienza nel mondo della moda ed ero tornata all’Università, avevo preso seriamente in considerazione la carriera nella ricerca. Così io e Luca, che oggi è mio marito, ci siamo trasferiti a Boston. Nel frattempo è nata mia figlia Flaminia Liv, quindi Boston è stata un’esperienza chiave per noi.

– Come hai fatto a entrare alla Columbia?

– Cercai job openings a Boston e New York con la totale non speranza di un’italiana. Per cui quando ricevetti la telefonata dalla Columbia non ricordavo neanche di aver mandato la domanda, non ci speravo completamente. Invece mi hanno chiamata per un colloquio nel periodo di Natale. L’ho sostenuto proprio qui dove sono seduta adesso. Ed ero così convinta che non mi avrebbero preso che dissi “Ok, almeno nella mia vita posso dire di aver fatto un colloquio alla Columbia University!”. Invece a Gennaio mi chiesero un secondo colloquio a Cambridge e dopo qualche settimana ricevetti l’offerta di lavoro. Iniziai a lavorare a Giugno 2006.

– Come ti trovi a lavorare in America? Che differenze trovi con l’Italia?

– Mi trovo benissimo. Da un punto di vista professionale è fantastico, lavoriamo come un team. In Italia prevale sempre il concetto di famiglia, i rapporti sono diversi anche sul lavoro. In America sei un team, se una persona lavora male, tutto il team non funziona. Senti che tutti danno il massimo per far funzionare la squadra, senti questa energia che tutti mettono nel proprio lavoro e ti spinge a dare il meglio, è una cosa bellissima. Sono anche molto modesti, chiunque prima di rendere definitivo un lavoro chiede il parere degli altri. E poi le tue competenze vengono riconosciute. Il fatto di sapere che i tuoi sforzi non sono stati vani, che quello per cui hai studiato vale, è una ricompensa enorme. E’ quello che succede a New York, persone anche immigrate che riescono ad arrivare a posizioni di responsabilità.

– Perché questo non avviene in Italia?

– Io confido che prima o poi succederà anche in Italia. L’importante è la competenza. In tutta Europa abbiamo una crisi economica che non si può negare e che gioca un ruolo fondamentale nei problemi dell’Italia. Inoltre abbiamo dei tasselli culturali critici, ci vuole lavoro per cambiare le mentalità. Ogni volta che i miei genitori vengono a New York vedono che nell’androne del palazzo ci sono i pacchi lasciati dai postini che la gente ritira quando torna a casa la sera. I miei genitori si meravigliano ogni volta di come sia possibile che nessuno li rubi! Questo perché siamo, purtroppo, abituati a qualcosa di diverso. Qui sono rispettosi.

– Cosa pensano i tuoi genitori del fatto che ormai la tua vita è a New York?

– I miei genitori sono innamorati di New York. All’inizio è stato un trauma, perché chiaramente erano spaventati dalla distanza e pensavano di non vedermi spesso. Adesso invece vengono a trovarmi ogni volta che possono perché sono innamorati di questa città, vogliono trasferirsi qui! Quando mi vengono a trovare girano tranquillamente per la città, dalla mattina alla sera senza mai fermarsi.

– E’ una città che mette d’accordo tutti.

– E’ una città che piace sia ai giovani che agli anziani, offre possibilità a tutti, chiunque può trovare quello che cerca.

– Quali sono invece gli aspetti positivi dell’Italia?

– Il senso della famiglia su tutto. Mia figlia mi dice sempre che lei è l’unica che cena in famiglia. Sedersi a tavola, parlarsi, questo è fondamentale per noi italiani. Non tutti gli americani hanno questo concetto di famiglia. Il fatto di stare insieme, cucinare, condividere è qualcosa di molto importante. Penso anche che bisogna essere obiettivi, vedere le cose fantastiche e quelle meno fantastiche dell’Italia e di ogni Paese in generale. Non si devono nascondere i problemi dell’Italia, parlarne è il primo passo per essere consapevoli e cercare di cambiare le cose. Neanche gli Stati Uniti sono perfetti, qui hanno la pena di morte, sparano con facilità perché chiunque possiede un’arma. Ma dov’è il Paese che non ha problemi? Bisogna parlare, le istituzioni in particolare hanno un ruolo fondamentale, devono aprire la mente a quelli che un giorno saranno i futuri adulti, i cittadini che potranno cambiare le cose. L’Italia è un gioiello, deve essere solo un po’ lucidato.

– Quali sono i tuoi consigli per i giovani?

– Sicuramente affinare le proprie competenze, sia se decidi di rimanere sia se vuoi lasciare il tuo Paese. E’ fondamentale essere professionale, non sai mai dove sarai tra 10 anni, quindi devi essere molto competente per essere pronto ad affrontare tutto. Soprattutto se pensi di andare in un Paese dove la competizione è alta, perché la competizione non la reggi se non sei competente. La creatività italiana è ottima se è la ciliegina sulla torta, se la torta è fatta da degli skills. Se sei competente e aggiungi la tua creatività italiana, è perfetto. Soprattutto qua in America.

(Annalisa Arcoleo/Voce)

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