Renzi non cambia registro, ma la sinistra preme

Palazzo Madama, voto

ROMA. – L’addio di Mario Mauro e di Tito Di Maggio dalla maggioranza al Senato lascia indifferente il governo. “Da tempo non li contavamo più nel pallottoliere”, spiegano fonti dem. Altro discorso è, invece, il braccio di ferro che l’esito delle regionali ha accentuato dentro il Pd: i bersaniani, che con Pierluigi Bersani e Roberto Speranza, hanno fatto il punto, hanno deciso di aspettare al varco Matteo Renzi sulla riforma della scuola ma l’input, che emerge dal silenzio di questi giorni, è che sulla “Buona scuola” si va avanti senza stravolgere la filosofia della riforma.

Il premier non ha alcuna intenzione di farsi dettare tempi e temi dell’agenda di governo dai “cespugli” della coalizione nè dalla sinistra interna. “Chi pensa di utilizzare le percentuali del Pd alle regionali per sostenere che va raddrizzata la rotta del governo si sbaglia di grosso”, si sfogano i renziani che aspettano il chiarimento nella direzione di lunedì convinti che Renzi metterà in riga una volta per tutte l’andazzo che ha preso la minoranza negli ultimi tempi sui voti di fiducia.

Un altolà che, però, a quanto si apprende, non dovrebbe comportare nessuna modifica delle regole interne. “Le regole ci sono già, si discute, si vota e poi si segue la linea della maggioranza: queste sono le regole che Bersani decise e che ora non rispetta”, osservano i fedelissimi del premier.

I dati Istat sull’occupazione rafforzano Renzi nella determinazione ad andare avanti. Nessun ritocco all’Italicum, “è ormai legge”, nessun rinvio della riforma del Senato dopo l’estate. E neppure uno stravolgimento della riforma costituzionale sul punto, richiesto dalla minoranza, dell’elettività dei senatori. “Non se ne parla, possiamo immaginare ritocchi ma non di ricominciare da capo anche perchè se la riforma torna alla Camera resta sepolta sotto 7mila emendamenti”, spiegano ai vertici del Pd.

Ma è la riforma della scuola, che è entrata nel vivo del’esame a Palazzo Madama, il passaggio a cui la sinistra aspetta il premier. “E’ lo spartiacque per capire che fa Renzi dopo lo stop delle regionali”, sostiene Speranza. Oggi, nel pranzo in un ristorante a due passi dal Senato, Bersani, Speranza e qualche esponente della minoranza hanno deciso di ripartire dalla richiesta di modifiche, già stasera all’assemblea del gruppo, sui poteri del preside e sui criteri per i precari.

Altolà e minacce che non intimoriscono il governo convinto che la minaccia della fine anticipata della legislatura, se la maggioranza dovesse cadere su qualche provvedimento, sia l’antidoto naturale ai numeri risicati al Senato. Se sulle riforme Renzi non ha intenzione di deviare o rallentare, altra è la riflessione che anche tra i suoi si è aperto sulla riorganizzazione del partito. “Abbiamo un po’ trascurato – ammette Luigi Zanda – l’organizzazione e la gestione del partito”.

Ma la revisione degli assetti sia del gruppo sia del Nazareno non saranno il cuore della prossima direzione: prima di decidere capogruppo e magari nuovi vicesegretari il leader Pd sembra che aspetterà l’esito dei ballottaggi.

(di Cristina Ferrulli) (ANSA)

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