Isis usa l’acqua come arma, chiusa la diga di Ramadi in Iraq

ISIS USA LA SETE COME ARMA IN IRAQ, CHIUSA DIGA SULL'EUFRATE

BEIRUT. – E’ la sete la nuova arma usata dall’Isis. Nella provincia irachena di Anbar, confinante con quella di Baghdad, miliziani jihadisti hanno chiuso le condotte della diga di Ramadi sull’Eufrate, limitando l’afflusso di acqua in alcune località da loro assediate ad est della città.

L’esercito e le milizie sciite si riorganizzano intanto per riconquistare la stessa Ramadi e gli Usa parlano di “passi avanti reali” dall’inizio della campagna aerea della Coalizione internazionale, con l’uccisione di non meno di 10.000 jihadisti, rispondendo cosi’ alle critiche di scarso impegno mosse ieri dal premier iracheno Haidar al Abadi.

In Siria, tuttavia, lo Stato islamico e’ ancora all’offensiva nella regione nord-orientale di Hasake, dove ha lanciato un attacco all’omonima citta’ capoluogo, difesa da forze regolari di Damasco e da milizie curde. Fonti locali hanno detto che l’Isis ha cercato per il secondo giorno consecutivo di impadronirsi della prigione minorile a sud del centro abitato, usando anche due attentatori suicidi. Sempre in Siria, e’ di circa 20 uccisi, tra cui alcuni bambini, il bilancio di bombardamenti governativi a nord di Aleppo.

Lo riferiscono fonti locali secondo le quali quattro barili-bomba sono stati sganciati da elicotteri di Damasco su Tel Rifaat, località controllata da insorti che si oppongono sia al regime sia allo Stato islamico. E l’ambasciata Usa in Siria – che e’ chiusa ma continua a comunicare attraverso il suo account Twitter – ha accusato il regime di condurre raid “a sostegno dell’avanzata dell’Isis verso Aleppo”.

In Iraq, secondo la televisione Al Jazira, 70 persone, tra le quali civili, sono state uccise in un raid aereo su Hajiwa, località nel nord controllata dall’Isis. Ma non e’ chiaro se i jet fossero iracheni o della Coalizione. Mentre il governatore della provincia di Anbar, Sabah Karhut, ha confermato all’emittente Al Arabiya il drastico abbassamento del livello dell’Eufrate nei pressi di Habbaniya e Khaldiya, centri minori sulla strada per Baghdad e assediati dall’Isis, in seguito alla chiusura della diga di Ramadi.

“Si rischia la tragedia umanitaria”, ha detto Rafea Fahdawi, leader di una tribù locale in lotta contro l’Isis. L’obiettivo a piu’ breve termine delle forze lealiste irachene rimane proprio strappare allo Stato islamico il controllo di Ramadi, capoluogo di Anbar, caduto il mese scorso nelle mani dei jihadisti.

Nella controffensiva sono schierate anche le milizie sciite, alcune alleate dell’Iran, la cui presenza in una provincia a maggioranza sunnita rischia di infiammare ulteriormente gli odi interconfessionali. L’ex generale americano John Allen, inviato del presidente Barack Obama per la Coalizione internazionale, ha detto oggi che anche le formazioni paramilitari sciite hanno un ruolo da svolgere contro l’Isis, ma ha avvertito che “tutte le forze in campo devono rimanere sotto il comando e il controllo del governo iracheno”.

E non, dunque, di ufficiali iraniani. Da parte sua, dopo l’incontro di ieri a Parigi con i ministri degli Esteri dei Paesi della Coalizione e con il premier iracheno, il vice segretario di Stato Usa, Tony Blinken, ha assicurato che oltre 10.000 jihadisti dell’ Isis sono stati uccisi da quando sono cominciati i raid contro il Califfato in Iraq e in Siria, lo scorso anno.

Lo Stato islamico, ha ammesso Blinken, rimane flessibile e in grado di prendere l’iniziativa, ma “ci sono stati passi avanti reali” perche’ “l’Isis ora controlla il 25% in meno del territorio”. “Questa sara’ una campagna lunga, ma ce la faremo se rimaniamo uniti, determinati e concentrati”, ha aggiunto il vice segretario di Stato.

(di Alberto Zanconato/ANSA)