Cominciata la polemica visita di González in Venezuela

Felipe Gonzalez a Caracas

Nessuna discrezione. Al contrario, l’arrivo del premier spagnolo, Felipe Gonzàlez, è stato accompagnato dalla protesta di frange radicali del “chavismo” che hanno interpretato la presenza del leader socialista spagnolo come un’ingerenza nella vita politica del Paese. Anche il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, è intervenuto sull’argomento. Ma non l’ha fatto, come forse alcuni ancora speravano, per abbassare i toni della polemica, smussare asprezze ed evitare inutili scontri.

Al contrario, ha gettato legna sul fuoco. E, attraverso un tweet ha rivendicato “il diritto dei venezuelani” di decidere sugli “affari interni del Paese” e condannato l’intervenzionismo straniero.
Il capo dello Stato, che ha sospeso il viaggio a Roma per ragioni di salute – ma settori dell’Opposizione insistono nell’affermare che all’origine della decisione del presidente Maduro vi sia stato il desiderio di non confrontarsi con Papa Francesco su argomenti che sicuramente sarebbero stati affrontati durante l’udienza: la libertà dei prigionieri politici, il dialogo tra governo e opposizione, gli eccessi e gli abusi nel reprimere le manifestazioni, e la presunta “guerra economica” -, ha quindi ripetuto ciò che viene sostenendo da qualche tempo e che gli ha permesso, alcune settimane fa, di far leva sui sentimenti nazionalisti.

“Guerra economica”, cospirazione, ingerenza e via di seguito. Sono tutti argomenti che non hanno evitato che il premier Gonzàlez viaggiasse in Venezuela né che si recasse a visitare l’ex sindaco di Caracas, l’italo-venezuelano Antonio Ledezma, ancora convalescente dopo un delicato intervento chirurgico e, quindi, agli arresti domiciliari.

L’ex premier spagnolo al suo arrivo al paese non ha risposto alle provocazione e ha subito impiegato un linguaggio moderato, equilibrato e prudente. Ha sostenuto che il Venezuela deve archiviare gli atteggiamenti radicali per dare spazio al dialogo, alla riconciliazione, alla ricostruzione delle istituzioni. E ha applaudito l’intenzione del presidente Maduro di procedere prima della fine dell’anno alla realizzazione delle elezioni parlamentarie.

In un editoriale, l’autorevole quotidiano spagnolo “El Paìs”, ha definito “coraggioso” l’atteggiamento dell’ex capo di Governo e posto l’accento sull’importante ruolo che può assumere nella difesa dei politici venezuelani in prigione “solo colpevoli di non essere d’accordo con la propaganda e le azioni del governo di Caracas”.

Sarà difficile stabilire il ruolo del leader socialista spagnolo nella difesa di López, Ceballos e Ledezma. Infatti, il presidente della Corte Suprema, Gladys Gutierrez, ha reiterato che il premier Gonzàlez non potrà intervenire in prima persona nella difesa degli imputati. La legge, e la Costituzione, stabiliscono che l’esercizio del “Diritto” è riservato solo agli avvocati legalmente riconosciuti nel Paese.

Il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Il presidente della Corte Suprema, in questo modo, ha riconosciuto implicitamente che esiste nel paese una gran quantità di pseudo-professionisti. Ad esempio, giornalisti. Come più volte denunciato dal “Colegio Nacional de Periodistas”, oggi tanti cronisti impiegati nei mass-media locali non hanno i requisiti legali per esercitare la professione. La presidente della Corte Suprema, in questo modo, mette il dito nella piaga e, forse, apre una stagione di giuste rivendicazioni.

Se oggi al centro della polemica è la visita dell’ex premier spagnolo, probabilmente il 17 giugno lo sarà la visita dell’ex candidato presidenziale del Brasile, Aecio Neves, a capo di una delegazione di senatori.

– Cercheremo di supplire una grave omissione della presidente della Repubblica, Dilma Rouseff – ha affermato il senatore Neves per poi assicurare che la delegazione che presiederà avrà la missione di verificare la condizione dei politici in prigione.

Non è solo la visita del leader socialista spagnolo al centro dell’attenzione, lo sono anche gli ultimi sondaggi resi noti dagli istituti demoscopici Delphos, Interlaces, Datanálisis, Venebarómetro e Cep-Ucab. Questi mettono in vetrina una realtà che all’intuito degli esperti in materia non era sfuggita. Ma ora lo diconoi numeri.

Innanzitutto, la popolarità del presidente della Repubblica, che era tornata a risalire la china fino a raggiungere un 25 per cento grazie alla spinta ricevuta dalla polemica prima con gli Stati Uniti e poi con la Spagna, ora torna a perdere terreno e si avvicina sempre più a quel 20 per cento che era stato il minimo storico. Anche tra il “chavismo” serpeggia il malcontento. Gli istituti demoscopici coincidono nell’affermare che il 70, 80 per cento dei venezuelani hanno manifestato la loro volontà di voto. Stessa percentuale degli elettori che considerano che ormai sia necessario un cambiamento, un giro di boa nella politica.

Venebarómetro rileva che il 67,3 per cento degli elettori non ha più fiducia nel presidente Maduro, il 70 per cento considera che il governo sia corrotto, il 65,6 per cento è convinto che non vi sia altra via per uscire dalla crisi se non quella del voto, e il 68,3 per cento giudica negativamente l’azione del governo. Da notare, in questo contesto, lo strano fenomeno psicologico che ha caratterizzato la vita politica del Paese negli ultimi dodici anni.

L’elettore “chavista”, durante il Governo dell’estinto capo di Stato, Hugo Chàvez Frìas, non ha mai perso la fiducia nel presidente della Repubblica. La tendenza era ad attribuire gli errori e le debolezze del governo ai collaboratori del Capo dello Stato e alla inefficienza dei ministri. Oggi non è più così. E’ l’immagine del presidente Maduro a soffrire un rapido deterioramento. E ciò preoccupa i simpatizzanti dello Psuv.

Altro dato interessante ai fini dell’analisi politica è quello che offre Datanálisis: l’opposizione supera d’un 15, 20 per cento il partito di governo. La tendenza, se non vi sono sorprese, è ad aumentare questo divario. Sull’argomento Luis Vicente León, di Datanálisis, ha commentato che una delle ipotesi inquietanti è la possibilità che il governo, che ancora non ha comunicato la data dell’elezione parlamentare, alla fine decida di non convocare a elezioni. Se così fosse, tutto dipenderebbe dalla reazione che ne deriverebbe a livello nazionale e internazionale. Se non vi fosse una risposta adeguata, l’Opposizione uscirebbe irrimediabilmente indebolita, trafitta a morte.

Una delle ragioni per non convocare a elezioni potrebbe essere il clima politico. Da qui la raccomandazione dei leaders dell’Opposizione a non reagire alle provocazioni che potrebbero dare argomenti al Governo. E comunque, quella della protesta, non pare una via praticabile. Infatti, stando all’istituto demoscopico Delphos, la stragrande maggioranza degli elettori non solo ha paura della repressione ma ritiene anche che la violenza in strada non sia la soluzione e solo contribuirebbe a creare altro caos.

Dall’inchiesta del Cep-Ucab, poi, emerge l’esistenza di una crescente corrente “chavista” no “madurista”. Si stima che si attesti in un 16,4 per cento dell’elettorato. Per il Cep-Ucab, 39,5 per cento delle persone avvicinate ha manifestato la volontà di voto per l’opposizione, il 15,5 per cento per il Psuv e un 20,7 per cento ha confessato di non sapere ancora per chi votare.

Controcorrente, invece, gli ultimi sondaggi di Interlaces. Questi, come il resto dei sondaggi, indicano che l’80 per cento degli elettori è orientato a recarsi alle urne. Ma il 38 per cento voterebbe per il Psuv mentre il 23 per cento per l’Opposizione. Gli indecisi, quindi, sarebbero il 35 per cento.

A questo punto, non resta che attendere l’evoluzione della situazione e aspettare che governo e opposizione muovano le proprie pedine nella scacchiera della politica nazionale.

(Mauro Bafile/Voce)