Santoro, narrare l’arte del ‘900 attraverso le opere di De Chirico

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NEW YORK – “Diciamo pure che, alla fine, riesco sempre a conciliare il mio lavoro di artista, quelle che sono le preoccupazioni dell’artista che poi si traducono in termini figurativi, con il discorso strettamente legato alle problematiche sociali”. Francesco Santoro parla con quella sincerità e schiettezza che fanno parte del suo carattere e che, chi lo conosce, sa apprezzare. Appartiene a quell’esercito silenzioso ma assai numeroso di laici scalabriniani che cerca di armonizzare i propri interessi, legati alla quotidianità, con una profonda spiritualità e sensibilità umana e col desiderio, che si trasforma in vocazione, di aiutare il prossimo.

Santoro è in questi giorni a New York, una città che col suo fascino e la sua vitalità ammalia, seduce. Ed è impossibile non soccombere all’attrazione della metropoli multi-etnica, moderna, avanguardista. L’artista, che da anni risiede in Venezuela, non è nuovo a queste immersioni nel caos della “grande mela”. Ma, in questa occasione, non ha solo il proposito di ritrovarsi con le comunità scalabriniane dello Stato di New York ma, soprattutto, quello di ripetere, per il secondo anno consecutivo, una felice esperienza di corsi di arte, conferenze e di presentare un suo libro, “Tempo e Spazio”; un libro d’arte bilingue, riccamente illustrato e dal contenuto assai interessante.

– “Tempo e spazio” – commenta con l’entusiasmo puro di un bambino – è un libro molto interessante che illustra un aspetto che ritengo importante: la cultura delle innovazioni che coinvolge anche il mondo artistico dell’800 e del ‘900, non solo in Europa o nell’occidente americano. Il libro “Tempo e spazio” parla della rivoluzione che in quel periodo ha coinvolto tutta la società.

Racconta che, quando era un giovane artista che cominciava a dare i primi passi nell’affascinante, ma anche complesso, mondo dell’arte ebbe la fortuna di conoscere Giorgio De Chirico, “un artista dalla forte personalità e in possesso di una sensibilità superiore”.

– In “Tempo e Spazio” – prosegue Santoro – ho cercato di illustrare la “rivoluzione culturale” di un’epoca attraverso le opere che la caratterizzano. Quali? – si chiede per poi rispondersi:

– Quelle di De Chirico, un poeta moderno che esprimeva questa sua modernità attraverso le cose semplici. De Chirico – prosegue – non era un astrattista, né si muoveva verso l’astratto. In lui le espressioni più estreme dell’epoca, per lo più sperimentali, sono estranee.

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Santoro, nell’opera che presto sarà proposta all’attenzione e al giudizio del pubblico, inizia il suo discorso dall’innovazione per percorrere e narrare un’epoca.

– Il ‘900- ci dice -, la rivoluzione meccanica, il telefono, i raggi X, la televisione, la psicoanalisi ma anche i futuristi, i cubisti, gli espressionisti. E’ un calderone in cui ci sono tutti, in cui bolle di tutto. Al suo interno sono rappresentati i campi reali della società che sono sconvolti e stravolti da avvenimenti diversi da quelli che caratterizzarono il rinascimento, più legato alla conoscenza interna e al mondo cristiano.

Santoro, quindi, sceglie quattro autori, Picasso, Van Gogh, Gauguin e, in particolare, Giorgio De Chirico, per descrivere un’epoca, illustrare una rivoluzione culturale.

– De Chirico – ci dice – è tutto questo ed anche di più.

Le attività di Santoro a New York non si limitano alla presentazione del suo libro edito dalla Fondazione Scalabriniani, ma spazia in processi culturali, alcuni iniziati già da qualche tempo altri invece molto recenti.

– Io – ci spiega – apro degli spazi nuovi; sprono le persone di qualsiasi età e professione ad avvicinarsi al mondo dell’arte per scoprire che tutti siamo in grado di disegnare e poi dipingere. Pochi sono i geni ma per tutti l’arte può rappresentare uno spazio di piacere, di pausa, di riflessione e spiritualità in un mondo sempre più concitato e materialista. Il disegno fa parte di noi, era il linguaggio primitivo dei nostri avi e continua ad essere il modo più semplice per comunicare.

Sostiene che attraverso la pittura, il disegno, “si concede all’individuo un momento d’intimità”. Quell’intimità che le metropoli soffocano.

– È entusiasmante vedere come le persone che partecipano ai miei corsi riescono a stabilire una connessione con capacità che non credevano di avere. Il disegno permette loro di avere un angolo di spiritualità – prosegue – che è sempre più difficile nel caos della vita di tutti i giorni. Riconquistando questa dimensione, si riconquista un valore importante e crescono la stima e l’autostima. Promuovo un’attività che aiuta notevolmente ad affrontare in modo diverso le frustrazioni sociali, le alienazioni delle grandi metropoli e anche i problemi personali.

Spiega che gli introiti di questa iniziativa sono destinati ad aiutare i padri scalabriniani che operano nella frontiera tra Santo Domingo e Haiti. Da qualche tempo gli haitiani, anche quelli che sono nati a Santo Domingo, vengono deportati in forma brutale, senza che possano neanche tornare indietro a prendere le loro cose. Gli scalabriniani laici hanno creato una struttura di prima accoglienza e, grazie ad un accordo con la polizia locale, aiutano i deportati a recuperare i loro beni.

I corsi hanno ottenuto un grande successo a New York e uguale interesse hanno destato le sue conferenze sull’arte e la sua storia.

– L’anno scorso – ci dice – la sala si è riempita di stranieri, giovani che studiano l’italiano, curiosi e amanti della storia dell’arte. Allora, presentai un prodotto tipico. Iniziai parlando del 1300 per finire col Rinascimento.

Santoro ora dà spazio all’entusiasmo e alla passione. Ci parla delle conferenze realizzate lo scorso anno in cui, iniziando da Giotto, si è inoltrato nel Rinascimento, presentando i maggiori esponenti delle correnti dell’arte, della cultura latina per arrivare fino al Caravaggio “che apre le porte a una nuova pittura e che coincide con la nascita della lingua italiana, quella di Dante e della Divina Commedia”.

– Dante, Giotto, Caravaggio – commenta – hanno occupato uno spazio importante. Ma si è parlato anche del Petrarca, dal punto di vista letterario e poi di Michelangelo, Leonardo, Raffaello. Tutti grandi artisti del tempo ormai conosciuti ovunque. Non basta solamente vederli – ci dice -. Bisogna saperli leggere, capirli. E’ entusiasmante spiegare un quadro, farlo vivere. Prendere le persone per mano e portarle dentro l’opera. E’ questo un qualcosa in cui mi riconosco. I professori mi dicevano che avevo questo senso di cicerone; la capacità di portare gli altri dentro il quadro, di aiutarli a conoscerne i segreti, per avere una visione completa di ciò che voleva rappresentare l’autore.

Aggiunge, con un pizzico di soddisfazione, orgoglio e anche emozione che, dopo le prime lezioni, si era sparsa la voce e il salone delle conferenze era sempre pieno.

– E’ stato gratificante – ci dice -. Alla fine, dopo una settimana, quando è arrivato il momento di salutarci, non volevano mandarmi via. Ho promesso che sarei tornato e avrei presentato un altro periodo. Ho detto che avrei illustrato il 900, il 900 in generale, le avanguardie italiane. Ed è quello che farò nei prossimi giorni.

(Flavia Romani/Voce)