Michele Di Carlo, ricordi di un emigrante in Venezuela

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CARACAS – Un uomo allegro, estroverso e generoso che trascorre i suoi giorni alla Casa d’Italia di Los Teques, dove gioca e parla con gli amici. Prima di andare in pensione, lavorava tantissimo. Insomma, un uomo che non senza tanto sacrificio è riuscito a mantenere la famiglia, senza farle mancare mai nulla. Michele Di Carlo, oggi, ci racconta con orgoglio la propria storia; una storia esemplare, meravigliosa, piena di ricordi, di nostalgie e anche di malinconie.

Di Carlo è arrivato in Venezuela nel lontano 1955. Aveva appena 16 anni, quando cominciò a lavorare nella fabbrica di mortadella “La Lombarda”. Nella sua vita ha svolto lavori diversi, ma sempre nell’ambito del commercio: ha venduto lenzuola, quadri, portafiori di ceramica, scarpe, macchine per il caffè, e così via di seguito. E c’è stata anche un’epoca in cui lui faceva il venditore ambulante. Insomma, il “buhonero”. Tutti i fine settimana, si recava alla piazza “La Candelaria”.

Non gli è mancato mai il lavoro, né iniziativa per reinventarsi. Ad esempio, facendo il tassista.

– Fino le 5 facevo il tassista e poi, dopo le nove, andavo a vendere – ci dice -. Ero giovane e avevo una famiglia da mantenere. Ma meno male che mia moglie mi ha aiutato.

Infatti, a 25 anni decide di sposarsi con una giovane di origine spagnola, da sempre la sua compagna di vita. Dopo alcuni anni si sono trasferiti a Los Teques.

– Ricordo che quando mi trasferii a Los Teques dal Banco del Venezuela in avanti c’erano un bel verde, alberi, animali. Ad esempio, era comune vedere gli asini. Los Teques era un luogo sano, era freddo, con tanta vegetazione. Un vero e proprio paradiso.

Si tuffa nel passato e si immerge nei ricordi. Così Di carlo ci parla della sua vita in Italia, della sua amata Trapani, della famiglia assai numerosa, ha undici fratelli, come lo erano quelle di una volta.

– Avevo due fratelli che sono andati alla guerra – ci dice sorridendo -. E sono tornati sani e salvi per miracolo. Dopo la guerra, la vita era difficile. In Italia non c’era niente. Ricordo che non circolava il denaro e le persone barattavano ciò che avevano. Se veniva a mancava qualcosa, si chiedeva ai vicini, agli amici… e così facevano tutti. Dove sono nato era una piccola città. Ci conoscevamo tutti. Si era una grande famiglia. Fame in reltà non ce ne era. Vivevamo in una zona di campagna e allora sempre c’era frutta d’estate e vegetali d’inverno. Semmai i problemi li avevano i nostri parenti perché noi ragazzi andavamo a rubare uve, mandorle, ciliegie, albicocche, carciofi, noci, carota. Quest’ultime, poi, le mangiavamo al naturale: le tirevamo fuori dalla terra, le pulivamo e la mangiavamo.

Tra le risate aggiunge:
– Era una gran festa.

Dicono che i ricordi dell’infanzia non si dimenticano mai. Di Carlo ha ancora viva l’immagine della madre ammassando il pane e cucinando pizza. Ricorda l’odore, il sapore, i momenti allegri di quando, attorno al tavolo, mangiava assieme alla famiglia..

– Quando mia madre faceva la pizza – ricorda divertito ma anche con un pizzico di nostalgia – invitavamo i miei vicini. Mangiavamo tutti insiemi. E quando la faceva la nostra vicina eravamo noi ad andare.

L’Italia gli ricordano gli anni dell’infanzia, la famiglia, gli amici amici. Ma, come afferma senza indugia, è il Venezuela ad avergli dato “tutto, assolutamente tutto”.

– Anche oggi, nonostante i tanti problemi del paese, la gente è nobile, cordiale – commenta -. Ricordo un dicembre quando mi diedero da provare la “hallaca”. Mi pacque tantissimo. Così anche il “sancocho”, la “arepa”, il “pabellón” e il “bollo”.

Insomma, una cosa è chiara: non dimentica l’Italia, la sua Madrepatria; ma è il Venezuela, ormai, la sua terra.

– Questo paese è unico – ci afferma – E io l’amo.

E, sempre col sorriso sulle labbra, afferma categorico:

– Sono “criollo” e con orgoglio.

(Yessica Navarro/Voce)

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