Le emergenze di Renzi: riforma della scuola e caso Roma

Pubblicato il 22 giugno 2015 da redazione

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ROMA. – La schiarita della crisi greca permette al governo di tirare il fiato. Se l’accordo con Atene sarà definito entro il mese (esito sul quale scommettono le borse europee), Matteo Renzi potrà godere di maggiori margini negoziali in Europa sull’immigrazione e, soprattutto, in Italia per superare il difficile momento postelettorale. In altre parole, con i conti pubblici non più minacciati dal default della Grecia e rapporti più distesi con i partner Ue, il premier potrà mettere mano alle due emergenze che attualmente lo tengono sotto pressione: riforma della scuola e ”caso Roma”.

Sul primo punto, la diplomazia renziana è al lavoro per un atterraggio morbido in Senato: sebbene abbia fatto sapere che se la riforma non passa non ci saranno nemmeno le centomila assunzioni di nuovi prof nella scuola, in realtà il primo ministro è al lavoro per accogliere almeno alcune delle proposte di modifica della sinistra dem. Un modo per consentire all’ opposizione interna di non perdere la faccia e allo stesso tempo di varare, con la fiducia, la riforma nei tempi previsti e dunque procedere alla stabilizzazione dei precari.

Naturalmente la minoranza continua nella sua battaglia, ma è chiaro che non si prenderà la responsabilità di far cadere l’esecutivo, aprendo una crisi al buio. Forse qualche voto verrà a mancare nello scrutinio finale, ma sarà controbilanciato da qualche assenza ”strategica” nelle file azzurre (dove i verdiniani hanno un atteggiamento più accomodante nei confronti del Rottamatore).

Più complessa è la situazione della Capitale. Ignazio Marino ha ribadito di non pensare alle dimissioni ma il suo attacco alla destra, invitata a ”tornare nelle fogne”, è stato accolto dal gelo dei renziani e di buona parte del partito. Angelino Alfano gli rimprovera di aver usato ”parole di cui si dovrebbe vergognare” che riecheggiano un passato violento ”da rifiutare con forza”.

Qualcosa di più di un incidente dialettico: a Roma il clima è rovente. Matteo Orfini, commissario e presidente del Pd, è finito sotto scorta per il timore di ritorsioni dopo la relazione di Fabrizio Barca che ha individuato i circoli sospetti o comunque da chiudere, e già si annunciano ricorsi e proteste. Guido Improta, assessore renziano della Capitale, si è dimesso dalla Giunta: ufficialmente per motivi personali, ma la tempistica ha comunque sollevato dubbi e discussioni.

Si attende sempre la decisione del governo sulla nomina del commissario per il Giubileo (che non sarà il sindaco). Marino ha chiesto agli assessori della sua giunta di lavorare di più, ma sullo sfondo resta l’implicita sfiducia decretata dal premier con l’invito a dimostrare di saper governare Roma. Un combinato disposto di elementi che configurano una sorta di bomba ad orologeria politica la cui deflagrazione avrebbe effetti imprevedibili nel momento in cui tutte le opposizioni chiedono al primo cittadino della Capitale un passo indietro e analoghe opinioni serpeggiano nel Pd. Renzi sa di giocarsi a Roma una parte della sua immagine e in fondo tutto dipenderà dalle sue decisioni.

A destra intanto Matteo Salvini scommette sulle elezioni nel 2016: motivo per cui ha fatto sapere che con ogni probabilità non correrà per la poltrona di sindaco di Milano. Tra Lega e Forza Italia è in corso una partita a scacchi la cui posta è la leadership del centrodestra. Il centrista Fabrizio Cicchitto teme che Silvio Berlusconi abbia accettato l’idea che la guida della futura coalizione finisca nelle mani del Carroccio, un po’ come quando la Dc fu costretta a dire sì ai governi a guida repubblicana e socialista.

Salvini e il Cavaliere ne parleranno nel prossimo incontro, ma l’impressione è che in realtà le distanze siano ancora grandi: i leghisti, come dice Roberto Maroni, non sono disposti a confluire in un ”contenitore” stile Pdl, nè ad accettare un fusione con Fi. Il partito leghista, spiega il governatore della Lombardia, è ”una cosa che vive” e nessuno può pensare di soffocarlo proprio quando è ai massimi storici. Una partita tutta da giocare anche perché le elezioni a Venezia e in Liguria hanno dimostrato che centristi ed ex berlusconiani sono ancora determinanti per la vittoria.

(di Pierfrancesco Frerè /ANSA)

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