Si vendono pezzi del Venezuela all’estero

Pubblicato il 22 giugno 2015 da redazione

chalmette

Inosservata, inavvertita, nella maggioranza dei casi quasi ignorata. Eppure, dovrebbe essere motivo di allarme e preoccupazione. Dopo aver attinto dalle risorse depositate nello scrigno del Fondo Monetario Internazionale, e dopo aver portato le Riserve Internazionali nei forzieri della Banca Centrale ai minimi storici, il paese vende le proprietà all’estero.

Durante le amministrazioni di “Acción Democrática” e di Copei c’era la certezza che il “grande affare petrolifero” non era l’estrazione del greggio ma la sua trasformazione in prodotti raffinati. Forti di questa convinzione, si costruirono raffinerie nel paese e se ne acquistarono altre all’estero. Oggi pare che si voglia percorrere lo stesso cammino, ma a ritroso. Nulla da eccepire se fosse parte di una strategia a lungo termine e non, come pare, una decisione condizionata dalle circostanze. Insomma, dalla necessità impellente di valuta. E’ in questa chiave che, a nostro avviso, deve leggersi la vendita della Raffineria Chalmette nella Lui- siana. Un affare da 331 milioni di dollari.

Le possibilità di ‘default’ del Venezuela, stando all’agenzia Bloomberg, sono aumentate notevolmente per il 2016. Gli investitori, secondo l’autorevole “sito web”, sono preoccupati di fronte alla crisi che attraversa il Paese. L’impiego di una parte importante delle Riserve Internazionali per far fronte agli impegni presi all’estero e per pagare le ingenti importazioni di prodotti, ha dissanguato le arche dello Stato. Le Riserve Internazionali oggi si calcolerebbero in poco più di 16 miliardi di dollari. Ciò riflette la profonda crisi economica del paese. Il Prodotto Interno Lordo, stando alle proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe contrarsi in un 7 per cento. Si è in recessione. Il Venezuela, quest’anno, sarà probabilmente l’unico Paese della regione con un Pil negativo.

La situazione critica delle Riserve Internazionali si riflette su tutti gli altri indici economici. Ad esempio, come con preoccupazione ha illustrato recentemente l’economista Pedro Palma, ex presidente della “Academia Nacional de Ciencias Económicas”, le stime d’inflazione sono attorno al 130 – 140 per cento. Di conseguenza, non deve meravigliare se alla fine dell’anno l’inflazione raggiungerà e addirittura supererà il 200 per cento. E questo potrebbe condurre a una spirale inflazionista che potrebbe sfociare nella iperinflazione.

Da un lato, sull’alto costo della vita pesa l’incremento dell’offerta monetaria ormai non più vincolata alla crescita della produzione. Il Governo spende più di ciò che realmente riceve. E per poterlo fare stampa denaro. Mettere in moto la “Zecca” senza avere un controvalore nella produzione provoca l’ina- sprimento dei prezzi. Anche in quest’ occasione non ci sarebbe nulla da ridire se, come abbiamo scritto in altre occasioni, la spesa pubblica servisse a stimolare la produzione e, quindi, a creare nuovi posti di lavoro.

Purtroppo, in Venezuela non è così. Il controllo dei cambi e dei prezzi, l’impossibilità di decidere qual è lo “stock” necessario di materie prime da mantenere in magazzino, l’impossibilità di programmare l’acquisto delle materie prime all’estero, il discorso aggressivo dei ministri e dello stesso presidente della Repubblica che attribuiscono tutti i mali dell’economia all’impresa privata, la corruzione a tutti i livelli creano un clima poco favorevole alla produzione, alla creazione di posti di lavoro e agli investimenti.

E’ una realtà che non scappa all’occhio attento del consumatore. Basta recarsi ai supermarket, grandi e piccoli, e osservare l’offerta di prodotti negli scaffali. Non solo non vi è alcuna varietà nei prezzi, ma non vi è neanche nelle marche. E poi, tanti prodotti fino a ieri elaborati in Venezuela con standard di qualità internazionali sono oggi importati da paesi che non offrono un minimo di sicurezza.

Il governo, nelle attuali circostanze, dovrebbe impegnarsi nella realizzazione di uno studio della realtà e, come suggeriscono non pochi economisti di destra e di sinistra, razionalizzare le spese, eliminare il finanziamento attraverso la diffusione di nuova moneta. Necessaria sarebbe anche una riduzione della burocrazia. Ma, si sa, in periodi pre-elettorali sono questi tutti provvedimenti impossibili da applicare.

Secondo l’azienda di consulenza Odc, la burocrazia in Venezuela, in 15 anni, sarebbe cresciuta del 99,5 per cento. In altre parole, si sarebbe duplicata. Oggi i ministeri ed enti pubblici impiegano circa 2 milioni 527mila 771 lavoratori. E cioè, 49 venezuelani occupati nel settore pubblico per ogni 100 impiegati nelle aziende private. La crescita accelerata è avvenuta specialmente negli ultimi 5 anni. E, infatti, tra il primo trimestre del 1989 e il primo trimestre del 1999, la burocrazia era cresciuta del 14,5 per cento. Nei dieci anni successivi, e cioè tra il primo trimestre del 1999 e quello del 2009, si è incrementata del 69,9 per cento.

Per rendere meglio le dimensioni della crescita della burocrazia in Venezuela, è sufficiente tornare al 1999, anno in cui l’estinto presidente Chávez entrò trionfante per la prima volta a Miraflores. Allora i ministeri erano appena 14. E la promessa era di ridurre ulteriormente quel numero. Oggi, invece, i ministeri sono 27. Ma non è tutto. Infatti, ci sono poi le “misiones”, queste oggi sono circa 40 e le “comunas” oltre mille. Tutto ciò rappresenta un grosso peso economico per lo Stato.

Relazione inversamente proporzionale. La burocrazia cresce ma le entrate dello Stato diminuiscono. Il ministro del Trasporto, Haiman El Troudi, ha illustrato quasi senza volerlo quanto sia grave la situazione attuale del Paese. E infatti, ha ammesso che le entrate dello Stato si sono ridotte del 60 per cento rispetto ai calcoli, già di per sé prudenti, dell’ultima “Finanziaria”. Pesa su questa riduzione la caduta del prezzo del barile di petrolio. In effetti, l’economia venezuelana dipende per oltre il 95 per cento dalla produzione e dalla vendita dell’oro nero.

E’ inevitabile che nei mesi a venire, probabilmente all’inizio del prossimo anno, il governo si troverà nella necessità di prendere importanti decisioni. Fermo restando la necessità degli ammortizzatori sociali, per evitare che il peso della correzione economica ricada sulle fasce più deboli, dopo la schiarita elettorale di dicembre saranno necessari provvedimenti coraggiosi.

Insomma, sangue, sudore e lacrime.

(Mauro Bafile/Voce)

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