Iraq verso scissione tra curdi, sciiti, sunniti

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ERBIL (KURDISTAN IRACHENO). – C’era una volta l’Iraq: quel che rimane dello Stato nazione iracheno, sorto un secolo fa sulle ceneri dell’Impero ottomano, sono oggi tre vasti territori – a sud, a nord-est e a ovest – dominati da poteri politico-militari che rivendicano legittimità su base tribale, confessionale e nazionalistica. E che, a vario livello, ricevono appoggio dalle potenze regionali e internazionali interessate alla spartizione della ricca torta energetica irachena.

In questo l’Isis è solo uno degli attori della lotta in atto per il potere. Le constatazioni emergono nette ascoltando da osservatori locali e rappresentanti politici di Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan, e di Bassora, ‘capitale’ del sud iracheno a maggioranza sciita, le interpretazioni dei fatti più recenti, di quelli relativi all’ascesa dello Stato islamico (Isis) e della storia degli ultimi 12 anni, dall’invasione anglo-americana con la conseguente caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003.

“Oggi combattiamo contro l’Isis, domani contro gli sciiti”, afferma, parlando con l’Ansa, un influente imprenditore basato a Erbil ma che preferisce non essere identificato. Il riferimento agli “sciiti” è al governo centrale di Baghdad, da più parti percepito come una longa manu della politica dell’Iran, Paese confinante con l’Iraq a est e tradizionalmente interessato a esercitare influenza nel vicino Paese arabo.

“Dei curdi di Erbil non ci si può fidare, lavorano per i turchi”, afferma a Bassora un esponente politico della ‘Mobilitazione popolare’, la piattaforma di formazioni para-militari create nel sud e nel centro dell’Iraq per contrastare l’Isis. In Iraq e all’estero queste milizie composte per lo più da giovani sciiti sono descritte come un braccio armato iracheno della Repubblica islamica. “L’Isis ha dato a molti giovani dell’Iraq sunnita la forza di rivalersi su quella che percepiscono sia stata un’ingiustizia commessa nei loro confronti”, spiega un prelato cristiano-caldeo che vive a Erbil.

Nelle regioni centro-nord-occidentali di Anbar, Salahaddin e Ninive i jihadisti dell’Isis sono parte integrante del tessuto sociale locale. Dal 2003, ma in particolare dal 2006, con l’avvento del governo di Nuri al Maliki, gradito sia all’Iran che agli Stati Uniti, le elite politiche delle regioni a maggioranza sunnita si sono sentite escluse dal potere centrale e dalla lucrosa gestione delle risorse economiche del Paese.

Sovrapporre la cartina dei pozzi di petrolio e gas naturale in Iraq a una mappa politica del Paese aiuta a comprendere le dinamiche del conflitto in corso. La regione di Kirkuk, contesa tra arabi e curdi e oggi tra Isis e Peshmerga (miliziani curdi) è al centro della disputa e lo sarà per gli anni a venire tra Baghdad ed Erbil. Le due entità sono di nuovo ai ferri corti per la spartizione dei guadagni ottenuti dalla vendita, tramite il Kurdistan e la Turchia, del greggio di Kirkuk.

Anche l’acqua è al centro della contesa. La linea del fronte tra Peshmerga e jihadisti nella piana di Ninive potrebbe a breve correre proprio lungo la linea del Tigri. I curdi si trovano ancora alcuni chilometri a est dal fiume, ma la loro intenzione, secondo fonti militari Peshmerga, è di giungere sulla riva orientale entro l’anno. E l’immenso bacino del lago di Hamrin, a nord-est di Baghdad, sarà invece oggetto di contesa tra governo centrale, Erbil e Stato islamico.

(dell’inviato Lorenzo Trombetta/ANSA)

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