Galeano, “musicista della parola”

Pubblicato il 24 giugno 2015 da redazione

galeano

ROMA: L’omaggio allo scrittore e giornalista Eduardo Galeano è stato reso da tre profondi conoscitori della sua produzione letteraria, che hanno avuto con lui un rapporto davvero speciale.

Luciano Minerva, giornalista Rai e amico dell’intellettuale uruguaiano; il professore Diego Simini, docente di letteratura ispanoamericana all’Università del Salento; e infine Marcella Trambaioli, traduttrice italiana dell’autore. Restituito al numeroso pubblico presente in sala anche attraverso la lettura dei suoi testi più celebri, accompagnati dalle melodie del musicista Giuliano Baldassi, l’Iila, l’Istituto italo-latinoamericano, lo ha voluto celebrare così, a pochi mesi dalla sua scomparsa, alla presenza dell’ambasciatrice e presidente dell’Istituto Stephanie Hochstetter Skinner-Klée.

«Galeano ha lasciato un segno profondo nella cultura, nell’ideologia e nella politica dell’Uruguay, ma è stato essenzialmente e soprattutto un latinoamericanista: nulla della realtà politica e sociale del nostro continente gli era estraneo», ha sottolineato la rappresentante del Governo di Montevideo. Del resto è stato definito “la pluma y voz de América Latina”, che dava voce a chi non ne aveva: ai poveri, agli emarginati. Una caratteristica umana che sviluppò già da bambino, che ha pervaso le sue opere, ed è palpabile anche dalle conversazioni con Luciano Minerva.

«Io sono stato sempre molto “preguntón”, domandante, curioso – confidò Galeano a Minerva, nel 2008 – pesante, insopportabile, sull’America, sul mondo, su tutto quello che si può immaginare. Per esempio a scuola, quando avevo otto o nove anni la maestra disse che Balboa era stato il primo uomo nella storia che aveva visto i due Oceani, il Pacifico e l’Atlantico, da una montagna del Panama. Ho alzato la mano e ho domandato alla maestra: “Gli indios erano ciechi? “. “Fuera!”. […] Quella era una domanda scomoda, e non fu l’ultima».

Il giornalista conobbe per caso lo scrittore, nel 1996 in Uruguay. Partito per Montevideo dove avrebbe dovuto intervistare Oscar Tabarez, attuale allenatore della nazionale uruguaiana, l’incontro saltò. Così si affidò ai libri per cercare di raccontare il calcio di questo Paese. E in una piccola libreria della Capitale scoprì per la prima volta “El fútbol a sol y sombra”. Il giorno seguente incontrò Galeano per intervistarlo e instaurò con lui un rapporto che durò per anni.

L’ultima volta che Minerva lo incontrò fu nel 2013, a Genova. Conversando sui rapporti umani e di genere, lo scrittore diede la sua opinione, ancora una volta con spirito sagace.

«I problemi tra uomo e donna esistono da sempre, da quando Adamo ed Eva furono cacciati dal Paradiso. Adamo portò con sé solo uno spazzolino. Eva sette valigie. Ma questo non potrò mai scriverlo, altrimenti Elena mi uccide!».

L’ironia era la sua forza, capace di andare al cuore dei problemi ne coglieva la verità, riuscendo a esprimere una visione universale. «Galeano rimarrà una sorta di unicum, avrà imitatori ma non riusciranno a cogliere la sua essenza». Ha dichiarato il professor Diego Simini, che ha voluto celebrarlo chiamando il suo ultimo figlio Eduardo. «Nei suoi testi c’è umanità, poesia, storia, c’è tutto e a volte in poche righe. Un lavoro di cesello per arrivare a una definizione unica e indescrivibile nel mondo letterario», ha aggiunto.

La differenza tra il Galeano di “Le vene aperte dell’America Latina”, scritto nel 1971 all’età di 31 anni e “Specchi, una storia universale”, del 2008, non è espressa solo nei numerosi libri scritti nello spazio temporale di un trentennio. “Al centro c’è stato un lavoro smisurato, l’obiettivo di dire di più ma con meno termini. Migliaia di tentativi di scoprire la parola nuda, vestita di nient’altro che la sua luminosità», ha spiegato lo scrittore a Minerva in un’intervista riproposta durante l’incontro di martedì.

Tradotto in più di 20 lingue, esemplare per comprendere a fondo la sua arte letteraria è stata la testimonianza della sua traduttrice italiana.

Era il 1995 quando Marcella Trambaioli iniziò a lavorare per la casa editrice Mondadori e tradusse per la prima volta un libro di Galeano: “Las palabras andantes”. Il testo non soddisfò inizialmente l’editore, ma ostinata, la professionista scrisse una lettera al Maestro per averne un parere. «He podido escuchar la traducción y la música y me suena muy bien», rispose Galeano.

«Risulta difficile tradurre un autore così complesso, inventore anche di neologismi, ma un’opera va ascoltata e letta a voce alta per coglierne anche la musicalità», ha spiegato Trambaioli. Secondo Galeano, “musicista della parola”, la traduzione non consisteva solo in un cambio di lingua. «Chi traduce comunica. Quando leggo un mio testo tradotto da Marcella sento che questo sono io e questa è lei. Tutti e due siamo lì, nessuno dei due è più importante dell’altro. La traduzione è una ri-creazione quando è fatta come esperienza. E risulta essere anche un miracolo, tenendo conto della paga miserabile che prendono i traduttori!». Contrario alle note a pié di pagina, sosteneva che il lettore dovesse contribuire alla traduzione del testo, quando c’erano parole di difficile traduzione. «Perché scrivere e leggere – secondo lui – erano “un’indicazione al volo”.

Tre analisi peculiari, una stima sincera per l’autore e un’unica certezza: non si può che avere nostalgia per Eduardo Galeano, esempio di passione e coerenza. Manca al suo popolo, a coloro che lo hanno amato e sono in tanti, lo si è visto negli occhi degli spettatori in sala. Un uomo umile ma grande, che ha reso assoluta l’America Latina.

(Laura Polverari/Voce)

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