Il primo anno del Califfato che ha cambiato il mondo

Pubblicato il 30 giugno 2015 da redazione

++ Boia Sotloff, tornato per arrogante politica Obama ++

BEIRUT. – Più che i giornalisti occidentali decapitati e i piloti arsi vivi, l’organizzazione dello Stato islamico (Isis) passerà alla storia per aver sancito, un anno fa, la fine dello Stato-nazione in Medio Oriente, cancellando con un colpo di ruspa un secolo di divisioni tra Siria e Iraq: per circa mezzo secolo governati da sistemi totalitari e da anni travolti da violenze intestine espressione di antichi malesseri.

Il 29 giugno 2014 l’allora “Stato islamico dell’Iraq e della Siria” annunciava la nascita del “califfato” sui territori che si estendevano, più o meno come oggi, dalla Siria nord-orientale all’Iraq nord-occidentale. I media dell’Isis mostrarono allora immagini delle barriere di terra del confine tra Iraq e Siria abbattute dalle ruspe con l’insegna bianco-nera dello Stato islamico.

Da allora la risposta di una inedita coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, ma benedetta anche da Iran e Russia, ha cercato di limitare con raid aerei e con il sostegno a milizie sciite e curde irachene l’espansione del “cancro”. Ma intanto in questi mesi gli slogan e le azioni dei jihadisti, riverberati in ogni angolo del pianeta da un efficace strategia mediatica, hanno guadagnato le menti e i cuori di numerosi giovani e meno giovani arabi, occidentali, asiatici, tutti in cerca di un’identità e di un posto al sole sfruttando la crisi economica e di valori.

Il marchio Isis è andato a ruba e continua a espandersi in ogni angolo del pianeta. E ben al di là delle frontiere di Iraq e Siria: in Libia e in tutto il Nordafrica, compresa la Tunisia e il Sinai; l’Africa sub-sahariana e il sud-est asiatico; lo Xinjang cinese e il Caucaso musulmano; le periferie delle metropoli europee e quelle dei Balcani; l’Australia e il Nordamerica.

Dopo la conquista di Mosul da parte dell’Isis nel giugno 2014, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno protetto i loro interessi salvando ai primi di agosto il Kurdistan iracheno. Ma i raid contro gli uomini del ‘califfo’ Abu Bakr al Baghdadi non hanno impedito orrendi massacri contro yazidi, cristiani e sunniti nella piana di Ninive, sui monti di Sinjar, nella valle siriana dell’Eufrate. Dopo mesi di un assedio cominciato nel settembre scorso, l’Isis non è riuscito a conquistare Kobane-Ayn Arab, la cittadina siriana a maggioranza curda a ridosso della frontiera con la Turchia, grazie a una straordinaria quanto inedita convergenza di interessi tra curdi e turchi.

In aprile, le milizie irachene sciite e le forze irachene hanno tolto ai jihadisti Tikrit, tra Baghdad e Mosul e città d’origine dell’ex presidente Saddam Hussein. Ma il prezzo che il governo di Baghdad e i suoi alleati, l’Iran e gli Usa, devono pagare è l’inasprimento della tensione a sfondo confessionale in un Paese sempre più diviso.

L’Isis ha risposto conquistando Ramadi, capitale della regione occidentale di al Anbar, suo tradizionale feudo, e Palmira, oasi nella Siria centrale nota per le sue antiche rovine ma cruciale per il controllo delle risorse energetiche e le vie di comunicazione. Più di recente, una coalizione siriana tra arabi e curdi, sostenuta da Turchia e Usa, ha tolto il valico frontaliero di Tal Abyad ai jihadisti, ma nessuna vera forza militare minaccia la tenuta di Raqqa, ‘capitale’ siriana del califfato.

Mentre oggi nel mondo qualunque terrorista in cerca di notorietà ricorre al marchio Isis, lo Stato islamico “c’è e si estende”, così come recita lo slogan scritto con le bombolette a spray sui muri di numerose città siriane e irachene.

(di Lorenzo Trombetta/ANSA)

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