Terrorismo in Italia: blitz contro la rete di Fatima, 10 ordinanze

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MILANO. – Inizia tutto con un matrimonio, un “martese” in lingua albanese. Per questo la Procura di Milano ha voluto chiamare così l’indagine che ha portato all’emissione di 10 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti presunti terroristi legati allo Stato Islamico e accusati a vario titolo di associazione con finalità di terrorismo e di organizzazione del viaggio per finalità di terrorismo. Proprio nello stesso giorno in cui i carabinieri del Ros hanno smantellato, dopo indagini coordinate dalla Procura di Roma, una cellula qaedista attiva sul web e specializzata nella formazione del ‘terrorista fai da te’.

“Oggi è una giornata importante contro il terrorismo – ha commentato il ministro dell’Interno, Angelino Alfano – Le Forze di Polizia e la Magistratura hanno duramente colpito cellule terroristiche con due grandi operazioni”.

I destinatari dei provvedimenti della Procura di Milano sono due gruppi famigliari: 4 italiani e 5 albanesi, più una canadese che ha avuto un ruolo di intermediaria. Cinque persone sono state arrestate, mentre altre 5 sono ancora ricercate e con tutta probabilità si trovano in Siria. Tra i latitanti c’è Maria Giulia Sergio, una 27enne che si è unita all’Islam radicale per abbracciare la causa del Califfato.

Per farlo ha sposato Aldo Kobuzi, coetaneo albanese conosciuto grazie a Bushra Haik, 30enne nata a Bologna ma di origini canadesi che teneva corsi di Corano online. Gli investigatori non hanno ancora capito in che modo le due donne sono entrate in contatto, ma di sicuro la Haik ha avuto un ruolo fondamentale nell’unione dei futuri sposi che ora sono ricercati.

All’appello mancano anche due parenti di Kobuzi: la 44enne Donika Coku, e la 19enne Serjola Kobuzi. In manette, invece, i suoi due zii: la 41enne Arta Kacabuni, che è stata catturata a Scansano (Grosseto), e Baki Coku, di 37 anni, preso a Lushnje, a circa 70 chilometri a sud di Tirana. Arrestati anche i famigliari della Sergio: papà Sergio, mamma Assunta Buonfiglio e la sorella Marianna. Erano in procinto di partire per la Siria ma gli investigatori li hanno bloccati.

Volevano raggiungere la figlia Maria Giulia, ormai diventata Fatima Zahra, nei territori del Califfato. Per farlo hanno lasciato il lavoro e perfino venduto i mobili su Internet. “La figlia è riuscita con un pressante lavoro di indottrinamento a convincerli a partecipare al Jihad – ha spiegato il procuratore milanese Maurizio Romanelli – Lei intanto era già in Siria col marito”.

Le nozze combinate vengono celebrate con rito musulmano il 17 settembre 2014 nella moschea di Treviglio. Il 18 partono per Scansano (Grosseto) dove Kobuzi ha alcuni parenti. Il tempo di organizzare i dettagli per il viaggio e il 21 settembre si imbarcano all’aeroporto di Fiumicino diretti a Istanbul, in Turchia. Il 22 prendono un volo interno che li porta a Gaziantep, da dove raggiungono il confine con la Siria. L’ipotesi è che siano entrati il 2 ottobre.

A novembre Kobuzi inizia l’addestramento militare in Iraq: dopo sei settimane ottiene il titolo di mujaheddin e partecipa ad alcune azioni militari. Gli investigatori sanno che a febbraio Fatima comincia l’addestramento con le armi mentre attende il ritorno del marito con la suocera e altri suoi parenti. A marzo la famiglia Sergio decide di raggiungerla, ad aprile il padre si licenzia. La partenza è fissata tra agosto e settembre.

“Non sono emersi elementi che fanno pensare ad attentati in Italia – ha chiarito Romanelli – Probabilmente è la prima volta in Europa che si arriva a una tale risposta giudiziaria nei confronti dell’Is. In questa indagine le moschee non hanno un ruolo significativo e non emergono dati sul reclutamento di migranti in Italia. È tutto verso l’estero. È preoccupante il flusso da tutta Europa verso il Califfato”.

Dall’ordinanza firmata dal gip Ambrogio Moccia, si legge che esistono figure incaricate di provvedere alla gestione dei foreign fighters da tutto il mondo. Il numero di telefono contattato dalla Sergio una volta arrivata in Turchia è una sorta di centralino al quale risponde una persona in grado di mettere in contatto immediato l’aspirante jihadista con una persona che parla la sua lingua.

Nei documenti compare il nome di Ahmed Abu Aiharith come coordinatore dei foreign fighters, quello del libico Bassiouni Abdallah come coordinatore dell’invio di combattenti dalla Libia, e quello di Abu Sawarin come responsabile dei “francesi” in arrivo nel territorio dell’Is. “Non c’è solo una motivazione ideologica e religiosa a spingere gli stranieri ad aderire all’Is – ha spiegato Lamberto Giannini, direttore del Servizio Centrale Antiterrorismo della Polizia – I reclutatori garantivano un welfare con cure sanitarie, distribuzione di armi, la possibilità di acquistare auto a prezzi stracciati in quanto bottino di guerra”.

(di Salvatore Garzillo/ANSA)